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Chernobyl: 33 anni fa il disastro nucleare

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La catastrofe nucleare

DW – Roma. Sono le 1:23 del mattino del 26 aprile 1986.
Mentre viene eseguito un test definito di sicurezza, che in realtà si rivela una totale violazione dei protocolli e del buon senso, il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, il più avanzato, esplode.
È il disastro nucleare più grande della storia dell’umanità. L’esplosione libera nell’aria una quantità elevatissima di radiazioni. Il combustibile nucleare sprigiona l’equivalente di circa 200 bombe atomiche paragonabili a quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki.
Nei giorni successivi vengono evacuate migliaia di persone, si parla di più di 300.000 tra donne, bambini e uomini che non faranno mai più ritorno a casa.
Poco dopo l’incidente, l’Unione Sovietica costruisce “un sarcofago” per contenere il reattore.
Imprudenza? Una tragedia evitabile? A 33 anni dal disastro nucleare molte domande restano ancora senza risposta.
Sappiamo però che, a distanza di molti decenni, le persone continuano a morire a causa della contaminazione.

Le tragiche conseguenze

Le conseguenze sono devastanti: la fuoriuscita di materiale radioattivo si deposita su Chernobyl, ma anche nelle città adiacenti dell’Ucraina, in Russia e in Bielorussia.
Il cesio-137, materiale radioattivo, contamina il suolo e il sottosuolo, tingendo le foreste di uno strano colore rossiccio, prima di farle morire.
Il luogo è tutt’ora considerato il più radioattivo al mondo e viene chiamato “la foresta rossa”.
In tutto l’emisfero nord del pianeta si rivelano tracce di materiali radioattivi, trasportati dal vento e dalle piogge.
La salute degli abitanti delle zone limitrofe è pesantemente danneggiata: circa 30 sono i morti ufficiali, ovvero i pompieri e gli operatori della centrale, ma molti di più sono i deceduti per via indiretta.
Le stime parlano di centinaia di migliaia di vittime per cancro e i casi di tumore alla tiroide sono aumentati di 6 volte rispetto al passato.

I bambini di Chernobyl

Un capitolo a parte merita la storia dei bambini di Chernobyl, di ieri e di oggi, che a distanza di 33 anni si portano dietro un pesante macigno, quasi fosse una maledizione.
Da quel triste giorno del 1986 la popolazione ucraina è diminuita di 6 milioni e 500 mila unità circa (fonte Greenpeace), a causa delle morti infantili.
La percentuale di bambini colpiti da malattie croniche è aumentata fino all’80%. Preoccupanti i dati sui figli dei discendenti: gli studi mettono in risalto l’instabilità genomica che aumenta la probabilità di ammalarsi di tumore, di nascere con malformazioni e malattie genetiche rare.
In questi 33 anni, le famiglie italiane si sono dimostrate tra le più accoglienti e generose, ospitando più di 500mila bambini provenienti dalle zone contaminate, per i cosiddetti “soggiorni di risanamento”.

Cosa resta di Pripyat, una città fantasma

Tra le immagini più forti, c’è sicuramente quella della cittadina di Pripyat, la più vicina alla centrale nucleare.
Più di 50mila abitanti, nei giorni successivi all’esplosione, sono scappati, senza poter più tornare a casa.
Una vera e propria città fantasma, dove tutto è rimasto fermo al 26 aprile 1986. Case, ospedali, strade, restano a monito di una tragedia forse evitabile.

La commemorazione

A 33 anni dal disastro, l’Ucraina si ferma, come ogni anno, per commemorare le sue vittime. È un giorno di grande dolore e riflessione.
In migliaia si riversano sulle strade. A Slavutich, città sorta dopo il disastro, i cittadini portano candele e fiori sul memoriale dedicato ai “liquidatori”, i primi morti durante le operazioni di soccorso.
La tragedia avvenuta a Chernobyl finirà mai di mietere vittime?

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