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Chiara Polese, il Soprano con l’amore per la filologia.

Chiara Polese
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DW-ITALIA. Il Teatro Valle è tiepidamente illuminato, quando, in una serata autunnale, ho il piacere di rivedere una mia conoscenza, Chiara Polese. A Roma per una lezione-concerto su ‘La Serva Padrona’ di Pergolesi, Chiara risponde a qualche mia domanda da blogger. Ovviamente con la solita fretta di chi è abituata a fare mille cose; ovviamente poco prima di ripartire per la sua Torre del Greco.

Chiara infatti è un Soprano sui generis: filologa dalla vivace attività universitaria, scrittrice di romanzi, cantante lirica. Tutto in una sola giovane donna. Non potevo non intervistarla. 

Chiara, raccontaci un po’ di te…

Forse è una tra le domande più complesse. Non saprei come descrivermi… Posso certamente dire di essere una Torrese D.O.C, con tutto ciò che ne concerne: amo la famiglia, ho una fede viva, mi piace molto la mia terra e quello che mi ha trasmesso. L’ambiente infatti determina le persone: io credo di essere, grazie alla mia terra, una donna determinata, che non si ferma dinanzi a nulla, anche di fronte alla distruzione.

Qual è stata la tua prima formazione?

La mia formazione di base è quella classica. Ho sempre amato leggere, la letteratura e questo mi ha portato a scegliere di frequentare il Liceo Classico. 

L’anno del diploma la mia vita si è direzionata in modo duplice: ho conciliato lo studio di Lettere Moderne con la frequentazione del Conservatorio. 

Come mai questa scelta così impegnativa?

Vengo da una famiglia di musicisti. Il canto non mi è stato imposto, ma non ne ho potuto fare a meno. I miei genitori ovviamente premevano che io cantassi, ma io non ho mai avvertito pesantezza nella mia scelta: cantare è una valvola di sfogo. 

Gli studi filologici li ho nel sangue… Ricordo che all’ultimo anno del Liceo il professore di letteratura Italiana e Latina, investigando sui desideri dei suoi alunni, chiese che cosa mi sarebbe piaciuto ‘fare da grande’. Io risposi di voler lavorare nelle biblioteche, avendo nella mente non la semplice e statica donna che ordina i testi, ma colei che lavora sui libri antichi. Solo in seguito ho compreso che questo era il lavoro proprio del filologo e me ne sono accorta già ad inizio dei miei studi universitari: non a caso molti miei corsi opzionali, già durante la triennale, erano mirati agli studi filologici. Insomma, ho imparato col tempo a dare un nome ad un mestiere che amo. 

Come riesci a conciliare queste due anime?

Durante gli studi ciò è stato molto difficile dal punto di vista meramente logistico. Al Conservatorio infatti avevo l’obbligo di presenza alle lezioni. Alla facoltà di Lettere non vi era quest’obbligo, ma era sempre necessario prendere appunti e, in fin dei conti, presenziare. Molte volte non riuscivo neppure ad avere il tempo per pranzare e seguivo fino a ben otto lezioni al giorno. In quel periodo mi sono goduta Napoli, standovi fisicamente, sei giorni su sette, dal mattino fino a sera. Cosa molto positiva, e che mi ha notevolmente agevolato, è stata la breve distanza tra la facoltà e il Conservatorio. Piccoli dettagli che fanno la differenza…

Che ricordi hai di quegli anni?

Lo dico con un sorriso: allucinanti! Durante le lezioni all’università facevo gli esercizi di armonia; al Conservatorio magari capitava di preparare degli esami di Lettere. 

Ed oggi?

Vi sono ancora i problemi logistici, un po’ attenuati. La questione più cogente adesso è questa: dover, arrivata ad un certo livello di professionalità, scegliere l’una o l’altra strada. Non è però ancora giunto il momento e di questo ringrazio il Signore. 

Non essendo obbligata alla presenza universitaria, riesco a portare a termine i lavori di filologia e posso, non avendo effettuato iscrizione a nessuna agenzia di spettacolo, cantare quel che scelgo, liberamente. 

Durante i giorni in cui ti esibisci, durante le produzioni, come riesci a lavorare da studiosa?

Ho la valigia piena di tutto ciò che mi serve: il computer e i testi infatti non mi lasciano mai. Ad esempio, tenendo, da Soprano, dei matinée per le scuole a Rieti, il pomeriggio ho lavorato in hotel, da filologa. Così si va avanti…

Qual è stato il più grande dono ricevuto in questi anni?

La famiglia, intesa in senso ampio. Una cugina in particolare, che vive con noi, in casa Polese, mi ha dato veramente tanto: è per me come una sorella e ho per lei dei sentimenti di cura e protezione. Ella ha reso la vita di tutti meravigliosa.

E poi i miei due lavori… Faccio quello che mi piace e che mi offre tanta poesia e tanta bellezza. Il minimo comune multiplo conciliante è la bellezza.

Cosa vuoi dire a chi, come te, porta avanti più progetti di vita, contemporaneamente?

Direi di accettare i sacrifici e di valutare personalmente quanto questa scelta sia importante, sia amata. Molte volte io devo rinunciare a momenti di svago e questo per me non è un problema: amo quel che faccio.

Hai un’opera del cuore?

Non una in particolare…

Quest’anno credo di aver cantato più di una sessantina di ‘Turandot’, nel ruolo di Liù. Non canta le mie arie preferite, però è una delle più grandi eroine tragiche che io abbia interpretato. È una donna che non si sacrifica perché l’uomo che ama viva, ma perché l’uomo che ama possa amare: questo è notevolmente differente. Il fatto che io abbia cantato ‘Turandot’ così tante volte e non mi sia stancata, significa che non la disdegno. Un’altra opera che ho cantato tantissimo e mi ha segnato profondamente è ‘La Traviata’. 

Ringrazio Chiara per questo incontro e la lascio ai suoi mille impegni in giro per teatri, e biblioteche, d’Italia.

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