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Coronavirus: partorire in tempi di pandemia

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di Donatella Briganti

DW(ITALIA).Paola ha partorito la sera in cui l’Italia è stata dichiarata dal Presidente del Consiglio interamente ‘zona protetta’. Non più un’Italia divisa da emergenze diverse, non più zone rosse e zone, possiamo dire, ‘franche’ ma tutta l’Italia ad un solo hashtag: #iorestoacasa. Tutta l’Italia in balia dello stesso male che oggi non è una guerra vecchia maniera, ma uccide tramite un virus, il cosiddetto Coronavirus. Un’influenza, diceva qualcuno. Uccide ‘solo’ se si hanno altre patologie pregresse, diceva qualcun altro. Come se la vita di anziani e malati valesse meno. Invece il vero problema, ormai è chiaro, sono i posti in terapia intensiva e sub intensiva, non sufficienti per tutti. Si può guarire nella maggior parte dei casi, è vero. Ma nella stessa maggioranza dei casi urge il ventilatore per aiutare il paziente a respirare, visto che questo nuovo e sconosciuto male attacca principalmente il sistema respiratorio e i polmoni. Ma, mentre il Presidente Conte stava ordinando all’Italia intera di restare, praticamente, in quarantena, Paola (nome di fantasia ma dalla storia vera) stava partorendo in un ospedale di Roma.

Ha vissuto l’ultimo periodo di attesa con ansia proprio per via del Coronavirus ma senza farsi prendere troppo dal panico. È una logopedista, viene da una famiglia di medici, è una tosta e lo sa che proprio i bimbi, da quel che si è dedotto fino ad oggi, possono trasformarsi in untori, portatori sani del virus ma non particolarmente a rischio. Paola ha adottato tutte le precauzioni del caso. Il tempo le è scaduto già da qualche giorno quindi hanno dovuto indurre il parto facendo una stimolazione farmaceutica. La bimba non voleva venire a questo mondo, preferiva starsene accoccolata nel ventre di sua madre. Ma, nonostante l’emergenza negli ospedali, il deserto per le strade, l’economia di un’intera nazione ferma, è arrivato il momento per la piccola di nascere. Coronavirus o no.

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Paola, durante gli ultimi giorni prima del parto si informava continuamente e, nell’attesa di conoscere sua figlia, se ne stava buona a casa. Ma è entrata in ospedale per un monitoraggio e non l’hanno più mandata a casa perché, oltre ad avere raggiunto la scadenza dei nove mesi, aveva anche poco liquido e la piccola poteva andare in sofferenza. Da lì poi anche la stimolazione.

Il parto è andato bene, il marito e papà della bimba ha potuto assistere all’evento più rivoluzionario della sua vita. Né lui, né Paola né la piccola hanno contratto quello che tecnicamente si chiama COVID-19 (Corona Virus Disease). Ma poi? Niente visite. Il padre stesso può entrare in ospedale seguendo tutte le precauzioni del caso, soltanto negli orari di visita, cosa forse opinabile. Amici, parenti, conoscenti zero. Ciò che può consolare in questa situazione così preoccupante, inedita e surreale è, oltre al lieto evento in sé, il fatto che di certo la neonata sarà meno esposta a carezze indiscrete, a mani sporche che toccano quel visino e quel corpicino così delicato e indifeso.

Tante mamme, tante famiglie devono affrontare l’arrivo di un figlio da soli. Stavolta mamma, papà e figlia saranno ancora più soli. Ma, tutto sommato, questo potrebbe anche avere molti lati positivi. A volte le nuove famiglie sono sole ma inondate di visite indesiderate, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Stavolta non sarà così. Potranno trovare il loro nuovo equilibrio senza interferenze.

Paola non sapeva, ne è venuta a conoscenza solo qualche ora dopo il parto, che l’Italia fosse praticamente in una strana forma di quarantena. Metteva al mondo una bimba e quello era tutto per lei e per il papà della creatura. Perché quando partorisci la vita è quella l’unica cosa che conta. Esisti solo tu, tuo marito e la creatura che sta nascendo, com’è giusto che sia. La vita non si ferma, non può aspettare certo che arrivi il 3 aprile. Come non deve fermarsi il cuore dell’Italia intera, nonostante tutto.

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La buona notizia è che, oltre ad essere andato bene il parto di Paola che ha anche già tornata a casa e ha da subito iniziato ad allattare, è andata bene anche a quei primi, ad oggi (11 marzo 2020), 19 casi di donne in gravidanza e neonati nati da madri con sintomatologia clinica da COVID-19. Non è stato rilevato il virus nel liquido amniotico né nel sangue neonatale del cordone ombelicale. E pare pertanto non ci sia ad oggi, ma la situazione come sappiamo cambia da un momento all’altro, una trasmissione cosiddetta verticale, quindi da mamma a feto.

Il Coronavirus non è stato rilevato nemmeno nel latte materno raccolto dopo la prima poppata, cioè nel colostro, delle donne affette. Al contrario, in almeno un caso, sono stati rilevati nel latte materno anticorpi SARS-CoV. (fonte sito ‘Epicentro – Istituto Superiore della Sanità’). Per questo, anche se la madre dovesse essere affetta da questo male, il latte materno ne è esente e, anzi, come sempre, fornisce salute e anticorpi che la natura sa come fornire. Ovviamente è sempre consigliato per la madre, il padre o chiunque dovesse entrare a contatto con il neonato e con loro, adottare le stesse regole per l’igiene e le raccomandazioni preventiva che ormai conosciamo benissimo.

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