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Declino all’italiana: il profitto da guerra risana i debiti

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Innovazione scientifica e tecnologica nel campo della difesa aerospaziale, della cyber-security e le nuove strategie militari di difesa passano dalle Università italiane e dai Centri di Ricerca, in sinergia con il Dipartimento della Difesa italiana. Questo intreccio che genera confusione e non trova mai chiarimenti da parte delle Istituzioni, quello tra civile e militare: dove finisce l’uno e inizia l’altro? Il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta nel 2018 è intervenuta in Parlamento riguardo all’esigenza di integrare sempre più e in molteplici ambiti della società civile le Forze Armate e l’universo militare. La motivazione sarebbe da individuarsi, secondo il Ministro, nel clima di instabilità e incertezza che la nostra bella Italia sta affrontando, partendo dall’emergenza immigrazione, passando per l’attuale pericolo terrorismo, fino ad arrivare al problema dell’inquinamento e ai cambiamenti climatici. Come si usa dire: tutto fa brodo.

L’idea di unire e impastare il mondo civile a quello militare ha la sua origine alla fine degli anni novanta. L’obbiettivo era quello di riavvicinare le due realtà, riabilitando l’immagine e il ruolo degli apparati militari equiparandoli, all’occorrenza, a organizzazioni di carattere umanitario per soddisfare l’immaginario collettivo e creare consenso. Con questa nuova finalità, si sviluppano oggi sempre nuove strategie politiche che fattivamente incentivano la sinergia fra il mondo dell’Istruzione e della Ricerca e quello delle Forze armate e dell’industria bellica, un settore del quale in questi anni, si è preso molta cura il governo italiano, con un incremento di finanziamenti che, viene da pensare, potrebbero essere utilizzati per la ricerca in campo medico per la cura di malattie degenerative e a servizio della salute e della popolazione italiana.

Il dualismo delle forze militari parte dai giovani, diventa prolungamento del percorso formativo, addestra lo studente attraverso un periodo di sei mesi di leva militare e lo ricambia con 12 crediti formativi. È la mini naja prevista dal nuovo decreto di legge approvato alla Camera, ora in discussione al Senato, proposto da Fi e rivolta a ragazzi e ragazze aventi la cittadinanza italiana, di età compresa tra i 18 e i 22 anni. L’intenzione, dicono, sarebbe quella di riavvicinare i giovani al mondo delle Forze Armate, per consentire un percorso formativo completo, per integrare quello attuato da scuola e famiglia. È un progetto sperimentale e la partecipazione non è obbligatoria, non sono previste retribuzioni così come alcuna spesa da parte degli studenti. Conclusi i sei mesi di mini naja, i ragazzi avranno 12 crediti formativi universitari.

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Dalla mini naja alle Università: l’industria bellica entra persino nelle Università, stringe accordi con gli Atenei di tutta Italia, piega alle proprie necessità la Ricerca. Sono centinaia gli accordi stipulati tra le Università italiane e il Ministero della Difesa con lo scopo di arricchire di nuovi ingegnosi dispositivi il proprio catalogo e avviando progetti di vario genere. A stipulare gli accordi con il Ministero della Difesa e con le Forze Armate Italiane, ad esempio, troviamo: il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali e il Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano, il Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino, le Università di Bologna, il Dipartimento di Progettazione e tecnologie della facoltà di ingegneria dell’ Università di Bergamo, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, le Università di Ferrara, il Polo Universitario della Spezia “Guglielmo Marconi” dell’Università di Genova, la Facoltà di Informatica dell’Università di Bolzano, l’Università di Venezia e di Verona.

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Questo è ciò che sancisce la costituzione italiana. Nella realtà, però, in Italia si agisce in senso opposto. Il concetto sarebbe semplice: se sei contro la guerra non progetti, costruisci e vendi armi da guerra. Invece, secondo l’ultimo rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) l’Italia è al nono posto nella classifica mondiale dei maggiori produttori di armi.

Gli acquirenti che maggiormente si riforniscono di armi belliche in Italia sono gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l’Algeria, ma l’esportazione di armi made in Italy, anche quelle per uso civile, arriva fino agli Usa e abbraccia tutta l’Europa: Regno Unito, Polonia, Germania, Spagna e Francia. I grandi affari si fanno soprattutto con le armi da guerra vere e proprie esportate dall’Italia verso Arabia Saudita, Israele, Marocco, Kuwait, Qatar, Kenya, Pakistan e Giordania. Tutto questo è in netta contrapposizione con la legge n. 185 del 9 luglio 1990 che vieta l’esportazione e il transito di armi verso i Paesi in stato di conflitto armato. L’Arabia Saudita, sostenuta dagli Usa e dalla coalizione di altri Paesi sunniti, è attivamente coinvolta nella guerra civile che dal 2015 ha devastato lo Yemen con massicci bombardamenti. Eppure, anche se il Parlamento europeo ha richiesto l’embargo contro gli armamenti destinati a Paesi implicati in sanguinosi conflitti, ogni azione concreta per fermare le esportazioni di armi rimane inattuata.

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Oggi, rispetto agli anni che vanno dal 2009 al 2013, l’Italia ha subito una variazione in negativo nella vendita di armi. La volontà dell’Italia sembra essere quella di non rinunciare alle entrate economiche garantite dall’economia della guerra. Prevale, dunque, la legge del fatturato generato dal commercio al servizio delle guerre. Il mercato dell’industria bellica in Italia è alimentato a tutti gli effetti dalla richiesta dei Paesi convolti in conflitti armati, e come qualunque altra nazione che sia in grado di produrre armi, non si sottrae alla logica del denaro. Ed è col denaro che risana il debito pubblico che si comprano le coscienze nelle aule parlamentari che legiferano, più o meno celatamente, in favore delle industrie belliche italiane.

Nel febbraio del 2018 Matteo Salvini, attuale ministro della difesa, firma un “patto d’onore” alla fiera delle armi di Vicenza con il Comitato Direttiva 477, associazione per la difesa dei diritti dei detentori legali di armi, oggi chiamata Unarmi (Unione degli armigeri italiani). Il patto avrebbe a che fare con la regolamentazione dei poligoni di tiro e più modelli di armi vendibili ai cittadini privati, in direzione opposta rispetto all’Ue che intende applicare limitazioni al possesso di armi, specie le semiautomatiche con caricatori ad alta capacità di colpi, per evitarne il facile reperimento da parte di terroristi.

Successivamente, il 28 marzo del 2019, è stata approvata in Italia la proposta di legge sulla legittima difesa. È bastato aggiungere qualche parola e modificarne qualche altra, ed ecco approvati i nove articoli che rendono accettabile uccidere per difendersi. Di conseguenza, possedere un’arma, imparare ad usarla e, prima di tutto, acquistarla diventa un’eventualità concreta per ogni cittadino italiano, in nome della “legittima difesa”. Per avere un’arma, fino ad oggi, è necessario essere incensurati, avere un certificato medico che attesti la salute fisica e mentale dell’acquirente, ottenere il nulla osta all’acquisto e fare regolare denuncia di detenzione dell’arma alle forze di polizia. Essenziale anche ottenere l’abilitazione da parte di una sezione del Tiro a segno nazionale. Al momento, il tentativo della Lega di rendere più facile e veloce l’acquisto di armi in Italia è stato vanificato dai compagni di governo 5stelle, ma la direzione è chiara.

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Ed è chiaro che l’Italia ha iniziato da tempo il suo processo di rieducazione e di adattamento ad una vocazione militare che non le si addice. Una nuova immagine della nazione è stata tracciata dai governi: è una figura chiara che emerge unendo tutti i punti costituiti da proposte, decreti di legge e riforme di questi ultimi anni. È l’immagine di un’Italia che guarda al profitto e alla crescita economica e sociale con un’idea di evoluzione e sviluppo fatta di miscugli, propinati alla popolazione senza far troppo rumore, perché nel silenzio e nella calma ci si abitua meglio a vedere le cose in modo diverso.

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