Educazione e legalità: la mafia in eredità

Educazione e legalità: la mafia in eredità

Dw-ITALIA.Se dovessi spiegare ad un bambino cos’è la legalità, direi che legalità è un uomo che cammina su due gambe forti con due nomi ben precisi: regole e coscienza.

E perché mai spiegare ad un bambino il significato di una
parola che non ha nulla a che fare con la sua piccola vita, ancora così lontana
dal suo mondo, fatto di partite a calcetto, scuola e amici?

Educare i bambini sin da piccoli al significato profondo e al
valore della legalità equivale a modellare gli uomini e le donne di domani per
renderli più pronti e capaci di distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo
è, oltre che ad edificare le basi sulle quali si erigerà ogni loro concezione futura
in ogni singolo aspetto della vita, fornendo loro una sorta di tracciato.

Non si tratta di stabilire una strada da percorrere, ma il modo giusto di percorrerla. L’esigenza di educare le nuove generazioni sin dall’infanzia è nata a seguito dell’assassinio per mano di Cosa Nostra del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, avvenuto il 6 gennaio del 1980. La Legge 51/80 portò la lotta contro le mafie dentro le scuole, partendo dalla Sicilia e facendo eco in tutte le altre regioni italiane che ne seguirono l’esempio, introducendo così lezioni e letture dedicate alla narrativa antimafia e alle storie di grandi uomini e donne che per la lotta alle mafie hanno dato la propria vita.

Esiste, però, un’altra realtà, quella vissuta da giovani
studenti, ragazzi e ragazze che la questione mafie la vive da un altro punto di
vista, quello di chi è nato e cresciuto all’interno di famiglie mafiose.

Nessuno decide il luogo nel quale nascere. Nessuno sceglie
da quali radici farsi propaggine, allungarsi verso il cielo e diventare frutto.
Siamo come piante, come alberi che stanno lì, piantati nel terreno dove, per
caso o per destino, è stato gettato il proprio seme.

Si eredita da subito, sin dal momento del concepimento, una
vita e una storia che ci appartiene forzatamente ancora prima di poter avere il
tempo di venire al mondo e scrivere, passo dopo passo, la propria vita, la
propria storia.

Così è per i figli degli uomini e delle donne di mafia: semi
piantati in un terreno che non lascerà loro la libertà di scegliere quali
frutti dare al mondo. Sono piccole vite che impareranno che violenza e
prepotenza dell’altro vanno usate a vantaggio della propria sopravvivenza e di
quella dell’intero nucleo familiare, quando con il termine famiglia non ci si riferisce ad un gruppo di persone legate da un
vincolo di sangue, ma da un sistema di più persone e più gruppi familiari che si
alleano fra loro, conferiscono ruoli per niente nobili, spartiscono proventi
illeciti, costati sudore e sangue a chi non avrà saputo o potuto ribellarsi.

Non è facile scegliere di essere una persona diversa,
disconoscere e rinnegare la vita e le scelte di chi è parte di te, a tal punto
da non sapere più dove finisce lui e dove inizi tu. Papà è la parte forte di
te, quell’immagine del luogo sicuro fatta persona.

Mamma è la prima parola sulla bocca di un figlio, la prima
carezza e il primo abbraccio. In molti casi, è proprio la madre l’angelo che
cerca di strappare quelle radici ancora fragili da un terreno marcio che nutre di
un falso e inutile senso di onnipotenza con i suoi veleni.

Angela, così la chiameremo, è nata in quel campo avvelenato
che chiamano mafia. Eppure della
mafia, da bambina, non sapeva nulla, non ne conosceva il nome, il significato,
nemmeno l’esistenza. Perché lei era una vita innestata in un tronco ammalato, e
quando nasci e cresci dentro le cose, non vedi di che sostanza sono fatte, devi
allontanarti un po’, osservarle dalla giusta distanza, respirare l’aria di
pensieri puliti, sentire l’affanno di chi da quel marcio viene raggiunto senza
volerlo; e forse bisogna farsi male, restarne feriti, quasi mortalmente, per
capire quanto pericoloso sia quel mondo.

Più che circondarla, quel mondo mafioso, ad un certo punto,
la ingabbia e la mette di fronte alla sua pesante eredità. Accade quando vede
morire ammazzato la persona che amava, mentre il padre viene arrestato per
mafia, una condanna che trascina anche lei in un carcere diverso, fatto di
pregiudizi da parte di tanta gente, soprattutto dei suoi coetanei, fino a
subire veri e propri atti di bullismo.

La sua forza è la sua mamma, una donna ormai stanca ma
ancora abbastanza forte per decidere che non vuole vedere la figlia crescere e
vivere dentro a quel mondo criminale e a quelle logiche assurde. Per restituire
la figlia e sé stessa alla vita, sono costrette entrambe a lasciare quella
terra. La fortuna degli uomini è quella di non essere attaccati al terreno come
alberi, si può andar lontano, si può scappare via, cercare la vita altrove,
senza dire a nessuno di preciso dove, in un paesino del nord Italia.

Non sarà facile, come tutte le grandi cose, come ogni
rivoluzione che si muove nelle vite di ognuno di noi quando sai che non c’è più
linfa vitale e non puoi restare immobile lì dove sei. Perché nessuno decide il
luogo dove nascere, né da quali radici crescere, ma ognuno ha il diritto di
scegliere chi vuole essere.

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