India, vota la democrazia più grande del mondo

India, vota la democrazia più grande del mondo
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Le elezioni parlamentari indiane, istituite per la votazione della “Lok Sabha” (Camera del popolo), ossia il rinnovo della camera bassa del Parlamento, iniziate l’11 aprile e previste in chiusura il 19 maggio, vedono principalmente al ballottaggio il ricandidato premier uscente Modi ed il politico Rahul Gandhi.

Gli scrutini avverranno il 23 maggio, dando la garanzia della partecipazione di tutti i territori indiani e degli stati federali.

Dalle elezioni del 2014, che videro un’affluenza di più di mezzo miliardo di elettori, l’imponente crescita demografica del paese, per questo nuovo richiamo alle urne, conterà sulla partecipazione di 900 milioni di aventi diritto (le forze dell’ordine hanno istituito persino un seggio elettorale all’interno jungla per permettere ad un santone eremita, Bharatdas Darshandas, di esprimere la propria preferenza).

Adesione che definisce la situazione politica indiana come la democrazia più grande del mondo.

La garanzia di una effettiva democrazia in India; una Repubblica Federale Parlamentare divisa in 27 stati federati ed in 7 territori indipendenti, con estensione geografica che la posiziona al settimo posto al mondo e al secondo in classifica quale territorio più popolato (con notevoli pluralità religiose); necessita di una realtà multipartitica con una eterogeneità di proposte.

I candidati in corsa favoriti rivedono i due schieramenti che si sono contesi la carica di Primo ministro nelle precedenti elezioni del 2014.

Narendra Modi da un lato, presidente uscente che giunse alla vittoria nel 2014 e candidato leader del partito facente parte dell’Alleanza Nazionale Democratica di centrodestra, il Bharatiya Janata Party (BJP), Partito Popolare Indiano (nazionalista indù e conservatore).

Rahul Gandhi dall’altro, esponente dell’Indian National Congress (INC), partito del Congresso, che vanta una discendenza da alte cariche politiche del paese.

Tra i due si è fatto tuttavia strada anche un terzo allineamento rappresentato dalla coalizione di alcuni partiti regionali con una rilevante presenza femminile, tra i principali, il Samajwadi Party (SP) partito portavoce della minoranza musulmana, capitanato da Akhilesh Yadav, ed il partito rappresentato da Kumari Mayawati, già Prima ministra dell’ Uttar  Pradesh e esponente dei dalit (gli “Intoccabili”), il Bahujan Samaj Party (BSP).

Le campagne elettorali toccano e si scostano in diversi temi.

Gandhi facendo leva sulle promesse infrante (o quasi) del precedente mandato del candidato Modi (crescita economica, aumento occupazionale, miglioramento di trasporti ed infrastrutture e realizzazione di bagni pubblici per ovviare al problema “igiene”) che definisce “disastro nazionale”, promuove una politica a favore delle classi basse (gli agricoltori) proponendo l’istituzione di un reddito minimo.

Per le stesse classi anche Modi garantisce l’introduzione di un sussidio e promette politiche di contrasto alla disoccupazione.

Non da meno, si affrontano le problematiche dei conflitti con il Pakistan, a nord del paese, tema in cui il leader del BJP fa delle operazioni belliche un mezzo propagandistico dandovi meriti in tema “sicurezza nazionale”; e si impugnano soluzioni al dissapore comune della tassa GST (Goods and Services Tax) che, applicata similmente alla nostra IVA (ma divisa in cinque scaglioni), è una tra le imposte sui consumi più alte al mondo.

Materia elettorale di impegno comune è invece la lotta alla corruzione, quest’ultima è questione di costante dibattito perché ha visto un’incessante evoluzione che ha gravato una condanna su tre nell’entourage della politica uscente.

Secondo i sondaggi che vedono sempre in testa il partito di Narendra Modi con il 41% dei consensi, l’attuale distacco con l’avversario Rahul Gandhi, che vede in appoggio un 31%, non è netto come nella precedente elezione (2014); non lontane sono il restante delle coalizioni, al 28%.

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