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Terrorismo islamico,si sta rafforzando in Africa occidentale e nel Corno.

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DW(ITALIA).Cento persone morte e centinaia di feriti: è il bilancio destinato ad aggravarsi dell’attacco terroristico che il 28 dicembre ha colpito Mogadiscio, capitale della Somalia. Anche se non c’è stata rivendicazione, è probabile la firma del gruppo terroristico al-Shabaab, che dal 2006 imperversa nel paese. Allontanato dalla capitale, mantiene il controllo su alcune aree rurali, dalle quali sferra attacchi anche nel confinante Kenya.

Il terrorismo islamico, dopo le sconfitte in Medio Oriente, si sta rafforzando nell’Africa occidentale e nel Corno. L’attentato di Mogadiscio è infatti l’ultimo di una lunga serie nel 2019. Per restare, però, a questo periodo natalizio, va citata l’uccisione il giorno di Natale di undici cristiani in una località sconosciuta della Nigeria. Puntuale è arrivata la rivendicazione dei terroristi della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato Islamico (Iswap), gruppo jihadista fuoriuscito dal più conosciuto Boko Haram, e fedele a Daesh. Tramite video, messo in rete da Amaq, agenzia di stampa e organo di propaganda di Daesh, hanno fatto sapere che l’azione è servita a vendicare la morte di Abu Bakr al-Baghdadi (il sedicente califfo di Siria-Iraq) e del suo portavoce, Abul Hasan al Muhajir.

Un altro attacco in Nigeria, il giorno della vigilia, nel villaggio di Kwarangulum, nello Stato settentrionale del Borno, base di Boko Haram, aveva provocato sette morti e una ragazza rapita. Se andiamo a ritroso fino al 2009, anno dell’uscita “ufficiale” di Boko Haram, scopriamo che ha ucciso almeno 30mila civili sono stati uccisi, utilizzando anche bambini come bombe umane, costringendo milioni di persone a fuggire. Negli anni, il gruppo si è evoluto nei modi e nei mezzi, fino a sciogliersi in due branche, e ad esportare il conflitto nei paesi vicini, il Ciad, il Niger e l’Estremo Nord del Camerun.

Per l’approvvigionamento economico, nella fase iniziale, sono stati utilizzati i rapimenti: una famiglia francese, poi un missionario francese, due missionari italiani e una canadese, fino a quello che ebbe più risonanza mediatica, ovvero il rapimento, nel 2014, di 276 ragazze a Chibok (sempre nel Borno), di cui una cinquantina sono riuscite a scappare. In questo caso, l’obiettivo era fornire mogli ai miliziani. Mancano ancora all’appello il padovano Luca Tacchetto, con la fidanzata Canadese Edith Blais (scomparsi in Burkina il 16 dicembre 2018), il sacerdote italiano Pierluigi Maccalli, missionario della Società delle Missioni Africane-Sma, (scomparso nella diocesi di Niamey in Niger nella notte tra il 17 e il 18 settembre 2018) e Silvia Romano (scomparsa dal villaggio di Chakama, un’ottantina di chilometri da Malindi in Kenya, il 20 novembre 2018).

Quattro rapimenti la cui natura e attribuzione restano sconosciute, ma la matrice jihadista è considerata probabile. Abituati come siamo ad indignarci per gli atti terroristici solo quando avvengono in Europa, ci disinteressiamo del fatto che il 95% delle vittime di terrorismo nel mondo sono in Medio Oriente, Asia del Sud ed Africa. Secondo il report 2017 “Africa at a tipping point” della Fondazione Mo Ibrahim, dal 2007 al 2017 l’attività terroristica in Africa è aumentata del 1.000%. Ma per l’Occidente si tratta di vittime di serie B.

Eppure quanto sta accadendo in Africa dovrebbe proprio interessarci, non fosse altro per la vicinanza all’Italia, per la questione migranti e per il fatto che nel 2050 questo continente supererà i 450 milioni di abitanti. L’area desertica del Sahel – che attraversa il centro Africa da ovest ad est, e comprende Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad, Nigeria e Camerun – è diventata una sterminata terra di nessuno. La sua conformazione geografica la rende impossibile da controllare, nonostante la presenza di 4.000 militari francesi (Operazione Barkhane), nonostante l’operazione G5-Sahel (iniziativa militare congiunta fra Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso), nonostante l’impegno dell’Unione Europea (e dell’Italia) nell’addestramento delle forze armate nigerine e della polizia marittima somala.

Questa fascia di terra sub-sahariana, strategica non solo per l’Africa, ma anche per l’Europa, perché da lì transita la tratta dei migranti “protegge” le organizzazioni criminali che vi possono operare indisturbate, grazie anche ai continui spostamenti, favoriti da confini esistenti solo sulla carta. Così quell’area è diventata il crocevia del traffico intercontinentale di droga, armi, petrolio, sigarette, uomini, in mano a sodalizi fra miliziani “esportati” dal Medio Oriente e dall’Asia, e mafie locali. Sono alleanze “liquide”, che si creano e si disfano in continuazione, anche perché vi si innestano rivalità etniche e sociali, rivendicazioni autonomiste e scontri confessionali.

I vari gruppi, più o meno strutturati, più o meno armati, più o meno finanziati da “donazioni estere”, in particolare dai paesi “esportatori di islam radicale”, si riferiscono con varie modalità chi ad al-Qaeda, chi a Daesh. Ma un terrorista in Africa non può nulla senza un “sistema di protezione”. Se sei un combattente di origini mediorientali o asiatiche e vuoi “accreditarti” nel continente africano, ti devi guadagnare il consenso delle popolazioni, che passa attraverso le buone relazioni con i capitribù, ma anche attraverso i matrimoni. E attraverso la creazione di un sistema di “welfare alternativo” – scuole, ospedali, pozzi, implementando cioè molte delle attività caritatevoli finora gestite dai missionari – in aree dimenticate dai governanti legittimi che non hanno mai perseguito lo sviluppo dei loro paesi, né il miglioramento delle condizioni di vita delle loro genti; anzi, hanno arraffato il più possibile, impiantando sistemi corrotti dove pochissimi vivono nella bambagia, mentre il grosso della popolazione è in condizioni di miseria.

In questo contesto, quella jihadista si presenta come un’ideologia paritaria, e quindi una possibilità di riscatto, là dove altre prospettive non ci sono. Si è così costituita un’economia illegale, che dagli africani è vista come l’unica fonte di reddito: i giovani vengono “assunti” per guidare convogli, occuparsi del trasporto dei migranti diretti verso la Libia, dar loro da mangiare… e anche come scafisti. Facile pescare tra chi non ha altro se non fame, rabbia e frustrazione. Inoltre, data la ricchezza del sottosuolo dell’area, tutti gli attori internazionali sono presenti: francesi, tedeschi, americani, inglesi, sauditi, emiratini, katarini, brasiliani, cinesi… Per proteggere i propri interessi, ciascuno arma e foraggia i gruppi di miliziani locali, dando vita a quelle che vengono definite guerre per procura, non certo una novità per l’Africa.

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