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Ex-Ilva di Taranto: l’eterno compromesso e i tumori infantili

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DW – Roma. Fino a poco tempo fa l’Ilva di Taranto garantiva un posto di lavoro a più di 14mila persone, ma negli ultimi mesi i numeri sono scesi mentre aumentano i casi di tumori infantili. Si prospetta un’ulteriore diminuzione dei dipendenti. Nei giorni scorsi i sindacati hanno iniziato una trattativa con ArcerolMittal, azienda mondiale nella produzione dell’acciaio che ha acquisito lo stabilimento pugliese nel novembre del 2018 per scongiurare la riduzione della forza lavoro dalle attuali 10.800 unità a 7.600.

Se da una parte si contratta per salvare i posti di lavoro, dall’altra c’è chi vorrebbe vederlo chiuso quello stabilimento. Sono i cittadini che abitano nei territori vicini all’acciaieria tarantina, specie nei quartieri Tamburi, Paolo VI e Città Vecchia-Borgo. Qui uomini, donne e bambini hanno vissuto e continuano a vivere sulla propria pelle gli effetti disastrosi dei fumi tossici provenienti dalle ciminiere dell’ex-Ilva e l’aumento dei tumori infantili.

Una battaglia silenziosa che vede cadere lungo il tragitto, come guerrieri feriti a morte durante i combattimenti, centinaia di persone, soprattutto bambini e adolescenti, colpiti da tumori infantili. L’incidenza maggiore è a Taranto con il 30% rispetto alla media regionale e una mortalità infantile che aumenta del 54%. La piccola Marzia Rebuzzi, cinque anni, è solo una delle ultime vittime, portata via da un tumore al cervello, con un epilogo simile al cugino adolescente, morto anche lui di tumore. La correlazione fra tumori infantili e inquinamento causato dall’attività produttiva negli impianti dell’Ilva è stata spesso e volentieri minimizzata negli anni, non solo dai precedenti amministratori, ma persino dai governi italiani.

L’Ilva salvata dai governi

La storia più recente dell’acciaieria tarantina, oggi ex-Ilva, potrebbe iniziare dal decreto del 26 luglio 2012, quando il governo italiano, con Mario Monti come Presidente del Consiglio, interviene con l’intento di salvare l’importante impianto siderurgico e firma un accordo d’intesa per la bonifica e la riqualificazione del territorio. Lo stesso giorno, la procura di Taranto sequestra lo stabilimento dell’Ilva e pone agli arresti i vertici del Gruppo Riva, a capo dell’acciaieria sin dal 1995. L’accusa del Gip Patrizia Todisco è di aver gestito gli impianti inquinando il territorio “con coscienza e volontà per la logica dei profitti, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. E’ un processo lungo che dura tutt’oggi e che vede gli imputati difendersi dalle accuse. Questi dichiarano che all’epoca dei fatti gli amministratori misero in atto tutte le procedure possibili per arginare il problema inquinamento attraverso, ad esempio, barriere frangivento per contenere lo spargimento delle polveri dei parchi e altre misure per il contenimento delle emissioni di benzopirene.

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Il ricatto del lavoro a discapito della salute

A seguito del sequestro del luglio 2012 da parte della magistratura, il governo studia un nuovo decreto e ottiene presto la riapertura degli impianti riammettendo al lavoro gli operai, che nel frattempo avevano fatto sentire le proprie proteste attraverso cortei e pubbliche manifestazioni a difesa del proprio lavoro. Così, fra un amministratore straordinario e l’altro, l’acciaieria continua a produrre, inquinare ed essere sostanziosamente finanziata dallo stato italiano per mantenere attiva la produzione di acciaio. Il 14 aprile del 2013, la popolazione di Taranto è chiamata a esprimere la propria volontà in merito all’attività nello stabilimento dell’Ilva attraverso referendum cittadino. Purtroppo sono solo il 19,55% degli elettori a votare, ciò non permette di raggiungere il quorum per rendere valida la consultazione, ma il 92,62% esprime il proprio consenso alla chiusura dell’area a caldo dell’Ilva. Nel corso degli anni, però, a decidere sono state le istituzioni, spesso in senso opposto al volere dei cittadini.

L’era ArcerolMittal, tra accuse e garanzie

Dal novembre del 2018 gli impianti dell’Ilva sono acquisiti da gruppo ArcerolMittal, del magnate indiano Lakshmir Mittal. L’acquisizione prevede un piano di riqualificazione dello stabilimento e di bonifica del territorio entro il 2023. L’amministratore delegato Matthieu Jehl ha dichiarato recentemente: “Tutte le emissioni sono rigorosamente conformi e sotto i limiti di norma”. Purtroppo, le rassicurazioni non tranquillizzano la popolazione, specie dopo i risultati di uno studio dell’Arpa Puglia che ha confrontato i dati dei mesi di gennaio-febbraio del 2018 con lo stesso bimestre del 2019. L’aumento d’idrocarburi policiclici aromatici è del 195%, la concentrazione di benzene è aumentata del 160% ed è più che raddoppiata la concentrazione d’idrogeno solforato.

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C’è da stare in allerta, specie quando l’acciaieria francese Fos-sur-Mer in Francia, che fa anch’essa parte del gruppo ArcerolMittal di Lakshmir Mittal, è stata costretta a bloccare la produzione di acciaio per aver superato i limiti delle emissioni ambientali e a pagare una multa da 15mila euro per inquinamento ambientale. In Italia, invece, tutti i governi dal 2010, hanno tutelato e garantito l’immunità ad amministratori delegati e acquirenti, anche futuri, dell’Ilva di Taranto. 

Una condotta, quella dello Stato italiano, che lo rende complice della reiterazione dei reati contro l’ambiente e la salute pubblica. Pochi mesi fa, la Corte europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo ha dato ragione ai 180 tarantini che vi si erano rivolti; secondo la sentenza lo Stato italiano ha continuato a rinviare il rispetto dei vincoli ambientali e, così facendo, ha messo in pericolo la salute dei cittadini che vivono nelle zone dello stabilimento. Malgrado ciò, la Corte ha rigettato la richiesta di interrompere subito la produzione dell’impianto siderurgico, pur chiedendo all’Italia di avviare al più presto le procedure anti-inquinamento. Oggi Taranto non ha smesso di manifestare, di marciare per le strade della propria città e di chiedere con forza di poter decidere riguardo al futuro della propria terra e a tutela della propria salute.

L’attuale governo Salvini-5Stelle non si è ancora pronunciato in merito all’inquinamento dello stabilimento dell’ex-Ilva di Taranto.

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