Giovanni Falcone: le sue idee camminano sulle nostre gambe

Giovanni Falcone: le sue idee camminano sulle nostre gambe
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Dw-Roma. Era di sabato. Alle 17.58 Totò Riina compiva la strage pianificata per uccidere Giovanni Falcone, lo faceva attraverso le mani di Giovanni Brusca che azionava l’esplosione: cinque quintali di tritolo piazzati nel tunnel sotto l’autostrada, al chilometro 5 della A29, nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine. Il giudice Giovanni Falcone muore nell’ospedale Civico di Palermo poche ore dopo, a causa delle emorragie interne. Anche la moglie Francesca Morvillo, che era seduta in auto al suo fianco, perde la vita. Uccisi nell’attentato Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, gli agenti della scorta di Giovanni Falcone, che precedevano il giudice su un’altra auto, la prima investita in pieno dall’esplosione.

Io me lo ricordo. Ero solo una bambina, 9 anni di allora, troppo diversi da quelli di oggi: giocare all’aria aperta, niente smartphone, qualche cartone alla televisione, quando ancora li trasmettevano solo in alcune fasce orarie, poi dovevi staccarti per forza dallo schermo e inventarti qualcosa da fare. Stava per finire la scuola, anzi, la si poteva considerare conclusa. Non era il maggio di quest’anno, con i suoi temporali, le temperature che si prendono gioco della primavera, con la sensazione che tanto, ormai, non ci si può fidare nemmeno delle stagioni.

Io mi ricordo: il sole splendeva ancora d’ambra nel cielo azzurro del tardo pomeriggio. Le giornate si erano fatte piacevolmente lunghe. Era di sabato. Stavamo in campagna fra amici e parenti, a goderci i profumi e i colori della natura che si vestiva d’estate. Una serenità e un clima di festa rotto in un istante. “Hanno ammazzato il giudice!”. “Ficiunu na stragi!”. “Ma a chi? A Falcone? Può essere?”. Non ci si credeva, non poteva essere. E invece, era proprio così.

Non ricordo chi diede la notizia ai presenti per primo.Non ricordo le voci, erano tante le voci scosse, un coro stonato, ma ricordo le parole, quelle erano ben accordate agli stati d’animo turbati. Il volto di ogni persona presente, compresi i miei genitori, si accese di incredulità, lo sconcerto confuso e cupo delle cose brutte alle quali non si può credere siano avvenute, mentre si spegneva nei loro occhi qualcosa, che portò anche me bambina, che non sapevo niente di cosa nostra, di giudici e processi, di lotte e ammazzatine fra mafiosi, a sentire la gravità irreparabile dell’evento. In quell’istante, dal dolore e dalla rabbia che lessi sui volti dei grandi, io imparai che ci sono cose che ci uniscono tutti, riguardano tutti, anche me, malgrado fossi solo una picciridda.

Le immagini in televisione di quella strada sventrata, laceravano per sempre qualcosa dentro, nel cuore di tutti gli italiani, ma nell’anima dei siciliani, il taglio arrivava a ferire ancora più in profondità. Al funerale di Giovanni Falcone, quell’anima del popolo ferita non mancò di far sentire la propria protesta contro chi non aveva dato supporto e protezione, contro la facciata di uno Stato che era troppo coinvolto nella strage di un giudice che stava finalmente cominciando a cambiare le cose. E quando le cose cambiano per andare nel verso giusto, c’è sempre qualcuno coinvolto a cui non piace.

Non posso non ricordare l’attentato del 19 luglio del 1992 che costò la vita al giudice Paolo Borsellino, avvenuto pochi mesi dopo quello di Giovanni Falcone: fu l’affondo definitivo e mortale di quella lama spietata che sa essere cosa nostra nell’animo del popolo siciliano. Quel giorno, la rabbia e il dolore si tinsero di un senso di sconfitta e abbandono assoluto. Eravamo soli, completamente abbandonati dallo Stato che non aveva evidentemente alcuna intensione di difenderci, perché non aveva difeso chi aveva a cuore questa terra.

Però, incredibilmente, quando qualcosa muore, non è detto che sia la fine. Infatti, uccidendo Falcone prima e Borsellino poi, questi ominicchi di mafia e quegli ominicchi dello Stato, la parte marcia dello Stato, provocarono un’eco nella parte sana dell’Italia che non ha smesso più di risuonare nell’aria, con la voglia di riscatto, la consapevolezza, l’esigenza di legalità e giustizia che cresce e resiste ancora. Perché di mafia si muore sempre, anche senza attentati, si muore ogni giorno, e non solo in Sicilia, ma in tutta Italia; si muore di pizzo, di appalti dirottati, di intrighi e accordi tra mafie e politica. Ora le idee di legalità e giustizia camminano sulle nostre gambe. E già lo immaginava, lo sapeva il giudice Giovanni Falcone quando diceva: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.

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