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I MORTI NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA IN GRECIA NON FANNO PIU’ NOTIZIA

morte nei centri di accoglienza
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Pare che sui giornali ormai non si possa parlare d’altro che di corona-virus. Dimenticando, però, che esistono persone, bambini, che vivono in condizioni molto peggiori delle nostre. E che qualche volta muoiono nell’indifferenza generale.

Come il bambino che è morto nel campo profughi di Moria, in Grecia, in uno dei campi per i rifugiati. Poche le notizie diffuse dalle autorità elleniche: nemmeno il nome del “bambino morto tra le fiamme” divampate in uno dei container in cui sono ospitati i profughi (quelli fortunati: per gli altri ci sono le tende e, a volte, nemmeno quelle). Non se ne parla mai, ma gli incendi in questi centri di “accoglienza” non sono rari. Stephan Oberreit, capo missione di Medici Senza Frontiere in Grecia ha detto che “questo incendio arriva solo due mesi dopo l’incendio nel campo di Kara Tepe e solo cinque mesi dopo l’incendio nel campo di Moria nel settembre 2019”.

Ma gli incendi non sono gli unici problemi nei campi profughi in Grecia: recentemente alcune ONG hanno dovuto ridurre la propria presenza o abbandonare la zona a causa delle violenze rivolte agli operatori umanitari. Le condizioni di vita nei campi profughi in cui sono stipate migliaia di persone in Grecia sono ormai al limite. In una lettera firmata, tra gli altri, anche da IRC, Human Rights Watch e Danish Refugee Council, si parla di bambini non adeguatamente registrati e protetti.

Da anni, la Grecia è la porta d’accesso per l’Europa per chi fugge dalla Siria o dall’Afghanistan. Nei mesi scorsi il numero delle persone era diminuito per poi crescere di nuovo a causa della spinta da parte della Turchia dove si trovano 3,6 milioni di rifugiati diretti in Europa. Ma in Turchia solo una piccola parte di loro vive nei campi allestiti con i soldi dell’Unione Europea. “Gli altri” ha detto Cartlotta Sami, portavoce dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, “sono quelli che chiamiamo i “rifugiati urbani”, non vivono necessariamente nelle città, ma su tutto in territorio turco”. E “la maggior parte di loro, ossia l’83%, vive al di sotto della soglia di povertà” e “molti bambini non vanno a scuola, il che compromette seriamente il loro futuro e renderà ancora più difficile ricostruire la Siria”. 

La diffusione del corona virus (la settimana scorsa è stato confermato il primo caso di Covid-19 a Lesbo) è solo l’ultimo dei problemi per chi vive in queste condizioni. Tensioni, sovraffollamento, condizioni umane e igienico sanitarie tremende e, ultima ma non ultima, la pandemia hanno portato l’UNHCR, a chiedere l’evacuazione di famiglie e malati dal campo di Moria in grado di ospitare non più di 5.000 persone ma dove si trovano quasi 20.000 rifugiati. E si registrano nuovi arrivi ogni giorno. Quelli che non trovano spazio nell’area ufficiale, costruiscono rifugi di fortuna in un uliveto pieno di rifiuti attorno al campo.

Ma non c’è più spazio sui giornali per parlare di loro. Nemmeno quando si scopre che, in Grecia, oltre l’85% degli arrivi dell’anno scorso erano “veri” rifugiati. É questa una delle maggiori differenze tra quanto avviene in Grecia e gli arrivi in Spagna e in Italia: qui la percentuale di rifugiati tra i migranti, ovvero di aventi diritto all’accoglienza, è molto bassa. In Grecia invece arrivano famiglie, singoli individui, minori provenienti dalle persecuzioni tuttora in atto in Afghanistan, in Siria, ma anche in Iraq e in Palestina. “È fondamentale che altre regioni della Grecia intensificheranno la loro solidarietà per contribuire ad alleviare le pressioni ricevendo richiedenti asilo trasferiti e aprendo luoghi di accoglienza” ha detto il portavoce dell’UNHCR Andrej Mahecic. “È necessario che il governo acceleri l’attuazione dei suoi piani per spostare migliaia di richiedenti asilo dalle isole alla terraferma”.

A novembre dello scorso anno, durante un intervento accorato al Parlamento europeo, il Ministro greco per la protezione dei cittadini, Michalis Chrisochoidis, pregò i governi dell’Unione di farsi carico se non dei rifugiati o dei migranti, almeno di parte dei minori stranieri non accompagnati giunti in Grecia e che vivono in condizioni terribili in questi centri d’accoglienza. La sua preghiera rimase inascoltata: fu lo stesso Ministro ad informare la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento europeo che solo un paese aveva risposto all’appello della Grecia.

Anche la Commissione Europea non ha trovato tempo per ascoltare le preghiere del governo ellenico (la situazione la conosce bene, viste le numerose ispezioni fatte negli anni scorsi proprio in questi centri). Ci sono voluti quattro mesi perché la presidente Ursula von der Leyen (che in questi giorni ha dimostrato di avere a cuore la salute dei cittadini europei mostrando in un breve spot come ci si lava le mani !

, riferisse di aver parlato con il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis “della situazione dei minori migranti non accompagnati nelle isole greche” e di aver concordato “di mettere in atto un processo per garantire la protezione e l’assistenza di alcune delle persone più vulnerabili d’Europa, i bambini migranti non accompagnati”. Si badi bene nessun intervento immediato, solo la comunicazione che si “sta lavorando su tutti i fronti per fornire sostegno alla Grecia e alle persone coinvolte” nelle migrazioni “forzate” dalla Turchia.

Parole e non fatti immediati che lasciano la Grecia sola a farsi carico di vittime innocenti. Come il bambino morto nei giorni scorsi a Moria. Di lui non importa niente a nessuno. Molti giornali non si sono preoccupati neanche di dare la notizia, figurarsi di chiedere il suo nome o il paese dal quale era scappato a causa di una guerra iniziata prima della sua nascita. Ai lettori interessa di più vedere accendere la torcia olimpica che sapere qual’è la situazione in Afghanistan o in Siria. Paesi dove le guerre non si sono fermate neanche davanti alla pandemia globale di corona-virus. Solo in Siria, dall’inizio del conflitto sono 384mila i morti e 11 milioni di rifugiati (5,5 milioni fuggiti all’estero, gli altri in fuga entro i confini). Rifugiati per i quali l’UNHCR aveva lanciato un accorato appello chiedendo ai paesi “sicuri” di accogliere non tutti i migranti. E nemmeno i 25 milioni di  rifugiati che in base agli accordi internazionali hanno diritto all’accoglienza. Nel 2019 aveva chiesto di accogliere e “temporaneamente” solo 1,2 milioni di rifugiati, tra cui molte donne e bambini, i più vulnerabili tra tutti.

La risposta da parte della comunità internazionale è stata deludente: solo 55mila rifugiati sono stati accolti. Uomini, ma soprattutto donne e bambini, che non avrebbero mai voluto lasciare la propria casa la propria terra, e che hanno solo un sogno: tornare nel proprio paese.

Ammesso di vivere abbastanza a lungo e non dover morire di stenti, di freddo, di corona-virus o bruciati in un campo profughi, uccisi dall’indifferenza del mondo che finge di non sentire il loro grido assordante.

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