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ILVA:Conte incontra Taranto: “Situazione di emergenza”

Ilva Conte
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È una brutta favola, un racconto terribilmente semplice

DW-Roma.Il Presidente Conte parla ai giornalisti che lo attendono dopo l’incontro con un’intera comunità, quella di Taranto, in fermento dopo l’abbandono del gruppo indiano Arcelor Mittal, con il quale sembra che il governo non abbia più intenzione di scendere a compromessi dopo l’ultima “delusione”. Mentre da Roma Luigi Di Maio insiste sulla priorità di far rispettare i punti del contratto firmato dal gruppo indiano, fuori dallo stabilimento siderurgico di Taranto, lavoratori, cittadini e ambientalisti, incontrano Conte tra tensioni e domande, mondi opposti che esigono soluzioni e risposte chiare.

Il premier Conte risponde alle domande dei giornalisti

“E’ una comunità ferita”, dice il Presidente Conte, “ho guardato la rabbia in faccia. Qui si è sviluppata una tragedia ambientale e sociale nel corso del tempo. Bisogna ripartire. Dobbiamo offrire un’occasione di riscatto e dobbiamo farlo non solo come governo, ma come “sistema Italia”. Sullo scudo penale non rispondo più. Ciò che mi ha colpito è il ricatto del diritto alla salute e il diritto al lavoro. Qui i lavoratori vanno a lavorare col senso di colpa …”

Taranto deve diventare un cantiere, dunque, una sorta di laboratorio dove ripensare e ricostruire con una nuova visione del territorio. Resta l’amarezza dei decenni perduti a stanziare fondi per un mostro mangia bambini, uomini e donne, i cui veleni venivano celati il più possibile, inutilmente coperti, i fumi teoricamente deviati, le promesse assurde formulate, gli scudi penali concessi. Perché l’ex-Ilva di Taranto resta il mostro che è sempre stato, un mostro con tre facce: lavoro, inquinamento, malattia.

Bonificare un impianto che ha sparso i suoi veleni per decenni è un’impresa immane. Tutto ciò che i governi precedenti hanno cercato di salvare fa parte di un grande capitolo dal titolo “Abbiamo perso soldi e tempo prezioso”. Era il tempo delle vite che sono state negate al piccolo Francesco Vaccaro, a Giorgio di Ponzio, a Marzia Rebuzzi e a tutti gli altri angeli strappati via alle braccia di chi li ha amati e si è preso cura di loro senza negarsi mai la speranza della guarigione, combattendo a denti stretti.

È una storia terribilmente semplice.

La si potrebbe raccontare come una favola ad un bambino, ed il bambino capirebbe, facendo una banale ma indispensabile distinzione fra cosa è il bene e cosa è il male, anzi, fra cosa è giusto e cosa è sbagliato.

C’era una volta un mostro che aveva ciminiere alte dalle quali sbuffavano nuvole puzzolenti di fumi velenosi. Questo mostro aveva un corpo da gigante, e i suoi arti erano tentacoli lunghi e viscidi come quelli di una piovra, arrivavano ben lontano da tutto il resto del suo corpo, alcuni di essi sprofondavano nel terreno, si facevano radici, arrivavano in fondo alla linfa della terra e ne avvelenavano un pezzetto.

Aveva delle gobbe, questo mostro, le chiamavano “le collinette”. Fra i fumi delle ciminiere, i tentacoli e le gobbe del mostro sparivano i bambini, i ragazzi, gli uomini e le donne, tutti inghiottiti dal mostro.

E tutti avevano paura di lui: faceva paura ai bambini, sì, ma faceva ancora più paura ai grandi, perché per la prima volta nella storia del mondo, gli adulti non sapevano come proteggere i bambini da quell’assassino mostruoso.

E così, i grandi fecero scioperi, cortei, appelli, denunce, urlavano nelle piazze contro il mostro e tutto quello che potevano per cacciarlo via. Fecero anche un referendum popolare perché ognuno potesse esprimere democraticamente il proprio parere sul destino del mostro. Ma le regole degli adulti erano assai strane e complicate, e malgrado la maggioranza dei votanti affermasse di voler cacciare via il mostro, non fu possibile farlo per via di una regola sciocca che impediva ai vincitori di vincere.

C’era una volta e c’è ancora, perché il mostro ha goduto per tanto tempo, per decenni, della protezione di tanti Re che lo avevano sfamato, facendolo crescere e diventare forte, sempre più velenoso, sempre più cattivo. I Re non erano cattivi, o forse lo erano, ma erano molto più stupidi che cattivi, sicuramente stupidi.

Avevano detto per anni che il mostro non era un mostro, o che il mostro non era velenoso e crudele abbastanza da mangiare i bambini, o addirittura che il mostro era buono e, anzi, dava da mangiare a tante famiglie giù in quella bella città. Ed era vero. Il mostro aveva tanti uomini imprigionati lì nella sua pancia, li sfamava e comprava la loro approvazione con il ricatto del lavoro e del denaro. Fuori dalla sua pancia non avrebbero trovato nient’altro: tutto intorno al mostro viveva, lavorava e, ahimè, moriva per lui.

Oggi, la tragedia di un’industria che si vede tradita dal colosso Arcelor Mittal potrebbe essere una benedizione, l’ennesimo colpo alla testa, ma quello decisivo per far svegliare da un sonno profondo durato decenni l’Italia intera e spezzare un incantesimo che ha tenuto addormentati i vari governi che si sono susseguiti in questi decenni.

Forse il finale di questa favola cattiva non ci sarà mai veramente, o sarà un lungo finale, richiederà molti capitoli, tanti libri ancora da scrivere, ma l’importante è che la parola fine, quella al ricatto del lavoro a costo della vita, venga scritta una volta per tutte, quando alla parola fine corrisponde un nuovo inizio per una storia migliore.

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