Intervista a Manuela Diliberto

Intervista a Manuela Diliberto

Dw-Roma. Manuela Diliberto è una di quelle donne che incanta: staresti ore ad ascoltarla, a scambiare due chiacchiere con lei. Non è mai banale, mai scontata, di lei arriva subito la profondità dei suoi pensieri, incorniciata da un viso solare e un sorriso accogliente.

Ed è quello che ti aspetteresti da una scrittrice. Chiunque nutra la passione innata per la scrittura, riesce ad avere sempre una cura particolare per le parole, ad usare quelle giuste, a colpire il bersaglio nell’interlocutore.

Mi sia concesso e perdonato se sottolineo con orgoglio le sue origini siciliane: pare proprio che l’isola del sole e del mare riesca ad impastare con la sua identità carica allo stesso tempo di bellezza e sofferenza, creature meravigliose, destinate a regalare molto di sé agli altri, arricchendoli della genuinità delle cose essenziali, che fanno bene al pensiero e all’anima.

Nata e cresciuta a Palermo, piccola ragazza ribelle per una realtà isolana a tratti un po’ stretta nei confini dei suoi mari, Manuela Diliberto spicca il volo verso Bologna, dove prosegue gli studi e coltiva la sua vita, lasciando per sempre in quella città un pezzo del suo cuore. Oggi vive e lavora in Francia, a Parigi, è archeologa e storica dell’arte antica, ma prima di tutto è scrittrice da quando respira, come lei stessa afferma.

Il suo primo romanzo L’oscura allegrezza, edito dalla casa editrice La Lepre, vincitore del premio Zingarelli nel 2018, pone al lettore una domanda particolarmente interessante: una scelta mancata può cambiare il corso della vita?

Vi dirò solo, a onor di cronaca, che la sua è una famiglia di artisti e intellettuali molto noti: il papà è il noto regista siciliano Maurizio Diliberto, il fratello Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, regista, attore, ex-Iena, che con il programma televisivo Il Testimone ha divertito, commosso e fatto riflettere in modo originale e accattivante il pubblico italiano, fino ad esordire sul grande schermo con il film La mafia uccide solo d’estate, aggiudicandosi molti premi e riconoscimenti, fra i quali il David di Donatello.

Oggi vi presento Manuela Diliberto.

Manuela Diliberto, lei è una studiosa, ricercatrice e archeologa per professione, scrittrice, potremmo dire, per natura, oltre che per passione. Oggi le parole vengono un po’ abusate, ridotte a slogan per accattivarsi l’attenzione della massa, pur restando spesso vuote, incattivendo gli animi. Quanto contano le parole per chi ha il grande privilegio di poterne fare strumento di comunicazione e, forse, anche di educazione del pensiero?

“Scrittrice”. Oramai solo scrittrice. In fondo non c’è mai stato altro dentro di me. L’archeologia “è stata” la mia professione fino al 2017, anno in cui ho dovuto fare la scelta più difficile, quella di mettere da parte il dottorato di ricerca, che era quasi alla fine, per promuovere il mio primo romanzo, “L’oscura allegrezza”. Ho avuto infatti conferma di ciò che ho sempre pensato: non esistono scelte difficili, esistono scelte “necessarie”. Bisogna scegliere ciò che risponde maggiormente alla propria interrogazione interiore per esaudirla con coerenza. Il resto, è proprio il caso di dirlo, vien da sé. E’ così che dalla calma del laboratorio dell’Ecole Normale Supérieure mi sono ritrovata improvvisamente in televisione a rispondere alle domande di Lilli Gruber sull’Islam in Francia e a quelle celebri e arcinote di Gigi Marzullo. Ho dato la mia disponibilità, adattandomi, e la vita ha seguito il suo corso. Non è sempre facile, ma opporvisi è totalmente inutile. Bisogna armarsi di coraggio e pazienza, imparare a intuire l’epoca, sapervisi adattare e tenere sempre un profilo basso. Umiltà è la parola chiave per restare connessi con il mondo circostante. Se si resta umili si considera ogni cosa come un magnifico dono. Il rispetto delle parole, per rispondere alla domanda, la giusta considerazione per segni o fonemi che codificano significati, sono, per me, sacrosanti. Lo sono sempre stati: in me le parole risuonano come tuoni e impossessarmi della loro origine è una specie di ossessione da quando respiro. A partire dal ‘68 abbiamo imparato a convivere con un relativismo linguistico che, in quel preciso contesto di rottura culturale, era anche dovuto. In questo momento storico particolare, invece, in cui si umilia la scienza, insulta la ricerca e si afferma qualcosa per poi ribadire l’esatto contrario il giorno dopo, la responsabilità degli scrittori è ancora più grande. D’altra parte, usare la parola come slogan ad effetto tanto per conquistare le masse, svilirla, umiliarla, prova solo una cosa: quanto essa sia rilevante. Le parole, quelle con una storia ricca e lunga che comincia in Grecia o a Roma, alla corte di Carlo Magno o Federico II, o nel ‘700 in America, quelle pregne, portatrici di significati e valori, sono veri e propri macigni.  Ed è per questo che il ruolo che giocano gli scrittori come promotori di contenuti culturali ha una grande importanza e al tempo stesso una doppia valenza. Se da una parte essi hanno il vantaggio di potersi avvalere delle proprie parole per aggiustare i percorsi distorti della società, dall’altra possono anche lasciarle appiattire da editing devalorizzanti, abbandonandole a mani villane e negligenti che le sviliscono per farne un mero prodotto. Gli scrittori di oggi dovrebbero invece imparare a morire per un avverbio. Bisogna battersi per le parole.

Da piccola Lei era una ragazzina brillante, ma ribelle. Sembrerebbe che sia più facile per una donna passare per ribelle, specie quando fa scelte diverse da quelle che la società si aspetterebbe. Nel suo romanzo L’oscura allegrezza, ambientato nel 1911, Bianca è una donna indipendente e decisa, malgrado le difficoltà dell’epoca e le vicissitudini personali. Nell’era moderna, riemergono e persistono ancora vecchi pregiudizi a sfavore delle donne. Che tipo di donna è la Bianca dei giorni nostri?

Sì, “ribelle”.  “Donna e ribelle nella Sicilia negli anni ’70” è più esatto. In qualsiasi modo scegliessi di esprimermi, venivo additata come “strana” o “originale”. In effetti il fatto che fossi “femmina” aggravava la mia insofferenza ad inspiegabili, tacite regole. A me sembrava di reclamare equità e giustizia, ma l’intolleranza al pregiudizio di genere era più facile attribuirla alla mia “eccessiva emotività” che all’assurdità di certe convenzioni. Gli stereotipi di genere sono presenti più che mai oggi, anche se in Europa il lavoro di sensibilizzazione nelle scuole comincia ad esser preso seriamente in considerazione. La Bianca dei giorni nostri l’immagino lavorare nel sociale. Pensando a Bianca mi viene in mente la coordinatrice dello SPRAR di Palermo al centro Astalli, Donata Perelli, bella, integra, coerente, tutta presa dal suo compito. Una delle tante attiviste che invece di andare a divertirsi, si spendono anima e corpo in strutture fruttifere come gli SPRAR.

Il suo romanzo porta inevitabilmente il lettore ad interrogare sé stesso. Ognuno di noi è costretto a compiere delle scelte e saranno quelle a dare una direzione alla propria vita. Le scelte mancate sono più dannose delle scelte sbagliate, o viceversa?

Che il mio romanzo porti il lettore ad interrogare se stesso rappresenta il motivo per cui scrivo. E’ piacevole sentirlo. Il tema delle scelte, su cui tornerò ancora nei miei prossimi lavori, è un qualcosa che mi dà il tormento, perché per me scegliere è sempre faticoso e vorrei non doverlo fare mai. Ma proprio per averci pensato a lungo mi sento di poter dire che le scelte “sbagliate”sono proprio quelle“mancate”. Mancare qualcosa vuol dire non affrontarla, e quando non si affronta… si sbaglia.

Dalla Sicilia alla Francia, passando per l’Emilia Romagna: cosa le manca, se le manca qualcosa, della sua terra di origine? E ha mai pensato di tornare a vivere in Sicilia?

Se mi mancasse qualcosa, non me ne sarei mai andata via. Lasciando l’isola la donna che sono ha trovato spazio per l’essere indifferenziato che ha sempre sentito di essere. La Sicilia è con me ovunque vada. E’ parte di me e non potrebbe essere diversamente, ma Bologna per me è “casa”. Allora come metterla? Ci ho pensato una volta e ho trovato una definizione adeguata per definire il mio essere geografico: sono una “siciliana di origine danese, vissuta in Austria, bolognese di adozione e francese di fatto”. Insomma, una cittadina europea, una delle tante, a cui manca mortalmente la pasticceria palermitana, la migliore del mondo, e il mare siciliano, che non ha assolutamente eguali. In  ogni caso trovo che amare la Sicilia da lontano sia più… “pratico”.

Le parole, come abbiamo detto, sono importanti. Qual è la parola che per lei ha un valore assoluto, alla quale ricorre spesso quando parla agli altri di sé e dei suoi ideali?

Me ne viene in mente più di una, in realtà. Provengono tutte dal vocabolario di mamma. “Responsabilità” mi verrebbe da dire. Ma forse quella che più mi appartiene per mille ragioni è “solidarietà”. Sì, decisamente. I sinonimi di “solidarietà” sono ”fratellanza”, “appoggio”, “aiuto”, “sostegno”, “unione”, “comunanza”.

Il suo prossimo progetto editoriale affronta un tema molto attuale e delicato. Può raccontarci un po’ di cosa si tratta?

Si tratta di un libro di foto interviste a personaggi noti e meno noti che hanno compiuto scelte difficili. Le domande sono uguali per tutti così come il fondo dei ritratti fotografici della bravissima Cristina Dogliani. Da Gad Lerner alla direttrice dello SPRAR di Palermo, dal giudice Caselli alla femminista sconosciuta di Trapani, son tutti chiamati a rispondere agli stessi quesiti ed il risultato etico complessivo mi ha dato grande soddisfazione: ho cercato di provare che ognuno di noi ha la possibilità, con i propri mezzi, ampi o esigui che siano, di cambiare il mondo con le proprie scelte. Il progetto anticipa fra l’altro il mio prossimo romanzo che si svolge a Parigi durante i fatti terroristici definiti di matrice “islamica”. Mi piacerebbe parlare della mia esperienza nei gruppi interreligiosi del borgo di Parigi in cui abito e di cosa significhi laicità in Francia. Ne parlerò, ovviamente, in modo rifratto, come impone la forma del romanzo. Va da sé che la questione femminile rappresenta il cuore della mia ricerca esistenziale. Questa volta la parola l’avranno solo le donne. Ne “L’oscura allegrezza” Giorgio ( il protagonista) ha parlato fin troppo!

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