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Intervista a Maria Grazia Calandrone

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DW-ITALIA.Se pensiamo alle parole come alla manifestazione evidente, carnale e viva del pensiero e del sentire umano, possiamo considerare la poesia come sangue, l’elemento di trasposizione di quell’ossigeno che mantiene vivi, o risveglia, legame, empatia, senso di vicinanza e affinità fra gli uomini.

Per parlare della bellezza della poesia e dell’importanza delle parole, oggi incontriamo Maria Grazia Calandrone, poetessa, autrice e conduttrice radiofonica, articolista e videogiornalista per Il Corriere della Sera.

A settembre ha pubblicato il suo ultimo libro Giardino della gioia edito da Mondadori, una raccolta di poesie che sono parole vive grazie alle quali si animano immagini e tutto si fa grande e profondo. D’amore si tratta quando lo sguardo riesce a vedere nel profondo delle cose, dei fatti e delle persone; d’amore si tratta quando la parola ammaestrata e scelta con cura, scolpisce tutte le cose, le forgia e le consegna al lettore come una pietra preziosa di rara bellezza.

Oggi vi presento Maria Grazia Calandrone.

Maria Grazia Calandrone, andando indietro nella memoria, ci racconta il suo primo approccio con la poesia, da lettrice e da poetessa?

Il mio rapporto con la poesia comincia nell’infanzia, come un gioco. Mia mamma era una professoressa di lettere e mi ha cresciuta con filastrocche e miti greci, formando in maniera spontanea un immaginario dal quale ho poi dovuto emanciparmi. Ma il primo vero impatto con l’emozione totale (intellettiva, stilistica e sentimentale, non si può prescindere da nessuno di questi tre elementi) che la poesia rappresenta è avvenuto con l’ascolto della lettura del Notturno di Alcmane in quinta ginnasio. Le parole lette dalla professoressa hanno costruito davanti ai miei occhi interiori, alla mia sensibilità, il mondo che avrei voluto abitare e contribuire a costruire.

Cos’è la poesia e chi è il poeta ai giorni nostri? E qual è la “missione” del poeta nel mondo di oggi?

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Secondo la visione post-moderna e dunque disincantata della poesia, un poeta fa qualcosa di pressoché inutile, perché gli è sfortunatamente necessario farlo. Sono gli stessi poeti ad ammettere di non avere più alcun mandato sociale. Personalmente, sono di tutt’altro avviso è non perché non riesca a rassegnarmi all’idea di essermi dedicata a una cosa inutile. Ritengo che, anche nella più spinta contemporaneità, questa inutile cosa che i poeti fanno attraverso il linguaggio li mette in comunicazione profonda e originaria con il linguaggio stesso e  che, allo stadio attuale di comprensione umana, il linguaggio continua a essere lo strumento di comprensione del mondo, quello che mette il mondo nel nostro mondo mentale. Le cose esisterebbero certamente senza i nomi che abbiamo attribuito loro ma, per il nostro modo di conoscere e riconoscere la realtà, i nomi sono parte costitutiva delle cose: se scrivo “casa”, nella mente di ciascuno di noi si apre un mondo diverso, ma si apre un mondo. Dunque il poeta nomina e rinomina le cose, lasciando così tanto spazio bianco intorno alle parole da farle risuonare come appena uscite dalla bocca del primo che le ha dette. O almeno così spera che sia.

È importante la cura delle parole, nella poesia così come nella vita e nei rapporti sociali, ma oggi, nell’era dei social e dei messaggini, della sintesi esasperata delle idee e dei pensieri ridotti spesso ad un tweet, secondo Lei, i giovani stanno un po’ dimenticando l’importanza e il valore delle parole?

Non solo i giovani. Pensare per slogan modifica le reti neuronali del nostro cervello, che rimangono malleabili per tutta la vita, dunque il pericolo è trasversale alle età.

Mi preoccupa la massa di informazioni che si sovrappongono nelle nostre giornate, per cui il cervello, per sopravvivere, erade quello che apparentemente non serve. Ma ho scritto nella risposta precedente l’utilità essenziale dell’inutile. Cancellare l’inutile dalle nostre giornate e dalle nostre menti equivale a robotizzarci o, come si diceva negli anni Settanta, ad “alienarci”.

La poesia si insegna, si trasmette o è un dono innato?

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Non ho mai creduto alle scuole di scrittura, non mi sognerei mai di dire a nessuno come deve scrivere. Si possono suggerire delle letture, ma la scrittura è fatta di stile e lo stile è personalissimo. Dalle scuole di scrittura escono scrittori seriali come le macchine dalle catene di montaggio. Esistono già le università, dove imparare la letteratura. A scrivere si impara sbagliando e sbagliando e sbagliando.

Anche se immagino che ogni singolo componimento rappresenti un’impronta, un segno specifico nel corso del tempo nella vita del poeta e dello scrittore, Le chiedo comunque: quale fra le sue poesie la rappresenta maggiormente o le è più cara?

In questo momento rispondo che mi è cara la poesia nella quale ho tradotto la parola “amore” in molte lingue straniere. Perché la poesia è anche musica e suono e, soprattutto, è vicinanza. Anche quando ci pare lontanissima o addirittura ci accusa, ci sta parlando da molto vicino. La poesia che ho scelto credo contenga l’intuizione del nostro futuro di specie.

Come si dice amore nella tua lingua 

«Le lingue non hanno confini, i confini sono solo politici» «Esiste una lingua invisibile alla quale attingiamo tutti» «Ogni scrittura è traduzione di un mondo» «Io attraverso le lingue che conosco in cerca della lingua universale». Questa è la vera avanguardia, la vera 

profezia per il futuro della specie. 

Fekrì, hubùn, dashùri 

sirèl, bhālabāsā, agàpi

uthàndo, ài, jeclahày

süyüü, obichàm, aròha

lyubòv’, hkyithkyinnmayttàr

khairtài, cariàd, upéndo

amour, is bràe, snēhàṁ

maxabbàt, szerelém, rudo, 

ādaràya, fitiavàna

liebe, evîn, miq’vàrs. 

Continuate in settenari chiari

con questi suoni, nuovi come il mondo

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che dicono da prati 

e da foreste, igloo, capanne 

e palafitte, grattacieli e canoe: io, questo niente 

caduto nel sogno della materia, avrò cura di te

fino alla fine del mondo.

Roma, 9 febbraio 2019

Qual è la parola chiave, quella distintiva della vita e della storia di Maria Grazia Calandrone?

Avrei risposto compassione. Oggi rispondo politica. Ma è la stessa cosa, perché, come è scritto sul retro di copertina del mio ultimo libro, penso la politica come collettività etica, assolutamente non come strategia. E i poeti possono agire profondamente in questo sentimento e in questa intelligenza sociale.

Lei è una mamma. La maternità cambia inevitabilmente la vita di una donna, la arricchisce, la rende forse più consapevole, nel bene e nel male, cambia il modo di vedere e concepire il mondo. Per Lei cosa ha significato diventare madre e quanto e come ha influenzato, se lo ha fatto, la sua scrittura e la poesia?

La maternità ha semplificato la mia poesia. Poiché la poesia è stretta alla vita e ne scaturisce, dover spiegare nella vita quotidiana cose complesse con parole chiarissime ha avuto questo risultato stilistico. E al momento credo sia una conquista grande.

Quali sono i suoi sogni per il futuro e quali i prossimi progetti?

Sto preparando due diversi cicli radiofonici, entrambi per RaiRadio3, il primo che esplora gli intrecci di poesie e musica, di parola e suono, il secondo costituito da 21 conversazioni con poeti molto diversi fra loro, per offrire a chi ascolta un panorama complesso e abbastanza completo della vitalità della poesia che si fa oggi in Italia. Poi viaggio molto, mi piace lavorare con i bambini e con i ragazzi, sono spesso in convegni con gli studenti (sto rispondendo a questa intervista da Friburgo, per esempio). Sogni? Accolgo tutto quello che arriva come arriva, ho smesso di voler imporre alle cose la mia volontà.

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