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Intervista alla giornalista Cinzia Fiorato

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di Anna Lisa Maugeri

DW(ITALIA).Oggi parliamo con Cinzia Fiorato di giornalismo, dell’essere donna e professionista nell’Italia odierna e dei cambiamenti profondi nel mondo dell’informazione attraverso il web.

Cinzia Fiorato, giornalista e inviata per il TG1 nelle zone più difficili del mondo, conduttrice del programma di Rai 1 Unomattina, realizza gli Speciali per il TG1 occupandosi di cultura e spettacolo, regalandoci approfondimenti di grande valore umano oltre che culturale, raccontando l’Italia di oggi sotto punti di vista inediti.

Premiata nell’ambito della settimana della musica a Milano dal MEI come Giornalista Musicale dell’anno, Cinzia Fiorato ha raccontato il volto nuovo e giovane della musica italiana che si muove nel mercato indipendente della discografia attraverso lo speciale Click Generation.

Ha dimostato sempre il suo grande impegno a favore delle donne e la sua professionalità, ci ha accompagnato nell’universo musicale italiano con un altro speciale che ha ottenuto grande consenso, Femminile Musicale, scoprendo il lato oscuro della nostra società, nell’Italia che ancora oggi e inaspettatamente tende a lasciare le donne professioniste italiane anche in un settore come quello della musica, dove talento e capacità femminile restano un passo indietro agli uomini. Una società misogina, in gran parte da rieducare a favore della meritocrazia e dell’uguaglianza nei diritti e nelle opportunità, senza distinzioni di genere.

Ecco l’intervista alla giornalista Cinzia Fiorato.

Cinzia Fiorato, come e quando è nata la sua passione per il giornalismo?

R:Ho sempre avuto la passione per la scrittura, ho imparato a scrivere a cinque anni giocando alla maestra con mia sorella e da lì non mi sono più fermata. Il giornalismo è arrivato quando avevo diciassette anni e ancora frequentavo il liceo. Ho cominciato a scrivere di teatro per il giornale del circolo sportivo che frequentavo, non pensavo che in futuro sarebbe stato il lavoro che mi avrebbe dato da vivere e invece mi ha rapidamente conquistata.

Il suo lavoro l’ha portata in diverse zone del mondo per realizzare reportage dagli Usa, dal Kossovo, dalla Palestina e dalle Favelas brasiliane. Per compiere tali viaggi e raccontare luoghi difficili ci vogliono determinazione e coraggio, specie in qualità di giornalista. Ci può raccontare la sua esperienza durante queste missioni attraverso un avvenimento o un’immagine che ha lasciato il segno nella sua memoria?

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R:È scontato dirlo ma è così, tutte le inviature in zone di crisi e di guerra (che facevo da prima di entrare in Rai ma per cui la Rai mi ha poi addestrata con un corso di formazione specifico) sono state esperienze coinvolgenti emotivamente e importanti per la mia crescita umana e professionale. Ricordo con un senso di profondo amore e compassione i bambini delle favelas a San Paolo, circondati da degrado e da malavita, costretti spesso a lavorare il crack, a piedi nudi nelle fogne a cielo aperto. Così come nessuno potrà più togliermi dal cuore i bambini che ho incontrato in Sri Lanka subito dopo lo tsunami del 2004. Li ringrazio ancora per avermi affidato il loro racconto sugli abusi sessuali subiti dai turisti, gli stupri, il commercio pedopornografico che la criminalità locale faceva dei loro corpi. Ho testimoniato con la telecamera e i miei reportage situazioni da incubo, dedicando gran parte delle mie energie proprio alla tutela dell’infanzia. Sono stati anni importantissimi per me, un lungo periodo spesso lontana da casa, dalla mia famiglia, ma durante il quale ho incontrato persone straordinarie che mi hanno fatto capire tante cose, regalandomi emozioni molto forti.

Ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti importanti durante la sua carriera, ultimi in ordine cronologico il Premio Per le donne dalle donne e il premio Giornalista dell’Anno MEI 2019. Per una professionista come Lei, qual è il riconoscimento che più la ripaga del lavoro svolto e della passione che dedica ad ogni progetto?

R:I premi sono importanti, soprattutto quelli che vengono dalla società civile, io sono sempre felice quando un mio lavoro viene selezionato per un concorso e per un premio, significa che l’impegno profuso è andato a segno. Ma ancora di più mi piace quando si riconosce il senso profondo di quello che voglio testimoniare con il mio lavoro. Quando si capisce il perché di certe scelte di linguaggio, di stile, di costruzione del racconto. Questo certamente mi ripaga, perché significa che il miracolo della comunicazione ha creato un legame, seppure istantaneo e veloce, tra me e persone distanti che non conosco ma che hanno compreso quello che io ho sentito nel costruire quel lavoro e ho cercato di trasmettere. È una cosa che ogni volta mi sorprende e mi affascina.

I suoi ultimi speciali per il Tg1, attraverso l’universo della musica, toccano diverse tematiche: dagli artisti indipendenti che velocemente conquistano consensi esordendo nella rete raccontati in Click Generation, al talento femminile soffocato dal predominio maschile nel mondo della discografia italiana in Femminile Musicale, fino a La Mescolanza, in un’Italia di voci, suoni e atmosfere musicali che sono un miscuglio di identità e culture differenti senza confini territoriali. Un lavoro di ricerca e studio enorme. Da questo mosaico che immagine emerge dell’Italia di oggi?

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R:Difficile dirlo, noi giornalisti abbiamo spesso un quadro parcellizzato della realtà perché ci occupiamo del nostro settore di competenza e di storie singole. Le posso dire che la musica ha un ruolo importante nella formazione della coscienza individuale e collettiva, quindi non mi spiego perché sia così tanto messa in secondo piano nel nostro paese. Mi riferisco alla scuola ma anche ai mass media che le hanno costruito addosso un vestito un po’ stretto, che la costringe a infilarsi sempre nel protocollo dei talent. A me piace il lavoro di ricerca, penso che sia il miglior modo per rendere alla musica il suo vero valore. Il quadro che ne esce è quello di un paese che ha dimenticato sé stesso o che è fortemente a rischio di dimenticare se stesso. Lo speciale sui musicisti di seconda generazione mi ha restituito proprio questa idea dell’Italia. Mi dispiace dirlo, ma in questo momento ho paura che la nostra cultura, la nostra arte, il nostro patrimonio, siano apprezzati e conosciuti molto di più dai ragazzi stranieri che dai ragazzi italiani (ovviamente sto generalizzando molto). Ultimamente ho chiesto in giro a molti giovanissimi italiani di dirmi chi fosse Luigi Tenco, nessuno di loro ha saputo rispondermi. Un nome che non diceva loro niente, zero. Ecco io cose come questa le reputo gravi perché non parliamo di semplici cantanti, parliamo dell’anima profonda del nostro paese che rischia di essere cancellata. Dobbiamo fare qualcosa e farlo in fretta.

Nello speciale per il Tg1 Femminile Musicale risulta chiaro che in Italia si tende ancora a lasciare nell’ombra le donne, sminuendone talento e capacità, a causa di un processo di crescita culturale e sociale molto lento. Questo accade ancora oggi anche nel mondo del giornalismo?

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R:Sì. Accade ovunque, purtroppo. È una cosa che fa davvero rabbia. Io faccio parte della commissione pari opportunità dell’Associazione Stampa Romana e le garantisco che il gap di genere è ancora eccessivamente ampio. Ma c’è anche un fenomeno di cui si parla poco e che dovremmo cominciare ad analizzare: quando una professione perde la sua forza in quanto a tutele e importanza, allora diventa una professione femminile. È accaduto nell’insegnamento, sta accadendo in alcune libere professioni e sta accadendo anche nel giornalismo. Quando il giornalismo afferiva a notorietà e potere era un mondo lavorativo quasi esclusivamente maschile, oggi spesso è il “lavoretto” che consente alle donne di seguire la famiglia e scrivere ogni tanto qualche articolo da collaboratrici sottopagate. È diventato un universo di precariato, spesso fatto più per hobby che per professione. E sta diventando sempre più un lavoro femminile. Sarà un caso?

Quanta responsabilità hanno le donne nella concezione antiquata che persiste in Italia e che ne limita ruoli e poteri in diversi ambienti di lavoro, come nella società in genere? E soprattutto come dovrebbero agire e reagire per un cambiamento profondo?

R:Questo è un argomento davvero spinoso. Individuando le eventuali responsabilità femminili (che pure ci sono) si rischia di creare alibi agli uomini. Quindi bisogna stare attenti. Certo è che la questione delle pari opportunità è complessa e non riguarda solo le donne e spesso alcune cose vanno fatte capire anche e soprattutto alle donne. Diciamo che è un lavoro impegnativo che non può più essere fatto di slogan e di orizzonti limitati. Le discriminazioni oggi si declinano in molti modi sempre più subdoli e siccome aumentano i soggetti deboli si allarga anche l’area di competenza.

La rete ha generato cambiamenti enormi negli ultimi decenni, cambiamenti nel mondo del commercio, del lavoro, della musica, dell’informazione e dell’editoria. Secondo Lei, quali sono gli effetti concreti più significativi determinati, nel bene e nel male, dalla rete?

R:Penso che oramai sia chiaro a tutti che la rete ha una faccia buona e una cattiva, di conseguenza effetti positivi ed effetti nefasti. Nel mondo del lavoro è stata una vera rivoluzione. Tutto sommato però io un po’ di rimpianto per gli anni in cui il computer non esisteva ce l’ho. Era tutto più difficile ma anche più selettivo. 

Cinzia Fiorato

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