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Maternità surrogata ovvero vendita legale di esseri umani

maternità surrogata
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DW(ITALIA).Nel mondo di oggi tutto è comune e condiviso. Dai prodotti commerciali alle serie tv. E perfino le ideologie politiche o le religioni spesso vengono modificate per assomigliarsi sempre di più.

L’unico settore in cui, sorprendentemente, esistono ancora delle differenze tra un paese e l’altro sono i principi morali, quella che un tempo si chiamava “umanità” (e che ora non si sa più cosa sia esattamente). Principi che in teoria dovrebbero essere insiti nella natura di ogni persona indipendentemente dal paese d’origine, dal livello culturale e dalla fede religiosa. E per questo uguali. Invece, troppo spesso, mostrano enormi differenze da un paese all’altro.

Emblematico il caso della cosiddetta “maternità surrogata”. Se ne parla poco. In genere solo quando uno dei due genitori è un personaggio famoso e la coppia decide di “avere un figlio”. Non di concepirlo o di adottarlo: di comprarlo chiedendo ad una donna di portare avanti la gravidanza per nove mesi e, una volta partorito il proprio figlio, di cederne tutti i diritti. A volte gratuitamente (almeno sulla carta: davvero qualcuno può pensare che una donna possa crescere il proprio figlio nel proprio grembo per tutta la gravidanza per poi regalarlo ad altri?). Molto più spesso in cambio di un compenso in denaro.

Lascia a bocca aperta pensare che, ancora oggi, nel XXI secolo, da qualche parte nel mondo, esistono leggi che consentono ad una donna di “vendere” il proprio figlio appena nato. Invece, è proprio quello che avviene in molti paesi.  Anche in quelli cosiddetti “sviluppati”.

In Italia (così come in Francia, Germania, Spagna, Portogallo e Bulgaria) il cosiddetto “utero in affitto” è illegale in tutte le sue forme. In molti altri paesi all’interno dell’Unione Europea non è così (sempre di più l’ “unione” appare essere un mero accordo commerciale) .
In Belgio, ad esempio, la gestazione per altri a titolo gratuito è legale (ad essere è vietata è quella a pagamento). Lo stesso in Danimarca. E poi in Grecia: qui la maternità surrogata gratuita è legale dal 2002, ma solo con l’autorizzazione di un tribunale (che deve verificare una serie di condizioni). Anche nei Paesi Bassi, in Ungheria e nel Regno Unito la maternità surrogata è legale.

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É spaventoso pensare che una madre possa vendere la propria gravidanza e il proprio figlio. Invece, è proprio quello che accade in molti paesi. La lista dei paesi dove è ritenuto legittimo vendere il bambino appena uscito dal grembo della madre è sorprendentemente lunga. In Nepal, solo di recente sono state imposte delle limitazioni. In India, per molti anni una delle principali destinazioni per le coppie eterosessuali e omosessuali che vogliono ricorrere all’utero in affitto, solo nel 2015 sono entrate in vigore nuove leggi che limitano la maternità surrogata solo alle coppie di cittadini indiani. In Georgia la maternità surrogata, sia gratuita sia retribuita, è legale dal 1992. In Sudafrica la maternità surrogata è legale, sia retribuita che non retribuita. E così in Thailandia, ma con precise limitazioni a seconda della nazionalità dei genitori/compratori. In Ucraina è legale sia la gravidanza retribuita che quella non retribuita, ma possono ricorrervi solo coppie eterosessuali sposate. E così in Russia (dove possono beneficiarne anche single).

Negli USA (i paladini dei diritti umani, ma unico dei 196 paesi facenti parte delle Nazioni Unite a non aver mai ratificato la CRC, la Convenzione dei Diritti del Fanciullo) in molti stati l’utero in affitto è legale, a volte a pagamento (Arkansas, California, Florida, Illinois, Texas, Massachusetts, Vermont), in altre gratuitamente (New York, New Jersey, New Mexico, Nebraska, Virginia, Oregon, Washington).

Di tutto questo, però, non si parla mai. Non perché si voglia tutelare la privacy di venditrice e acquirenti. È vero che tutto avviene all’interno di cliniche dove la privacy vale più della vita umana, ma spesso sono gli stessi acquirenti a diffondere la notizia a cose fatte. Clienti spesso famosi come attori, politici e cantanti. Come Robbie Williams che insieme alla moglie ha annunciato l’arrivo del terzo figlio, una femmina dopo due maschi, nata con maternità surrogata. O come il tuffatore britannico Tom con il marito Dustin Lance Black. E poi Zoe SaldanaSarah Jessica Parker, Elton JohnKim Kardashian, Nicole Kidman fino all’italianissimo Nichi Vendola.

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Sia che siano i “clienti” a parlare o i proprietari di queste società le parole usate sono sempre molto dolci: “I clienti contattano la nostra agenzia e noi gli raccomandiamo i surrogati giusti in base alle loro preferenze. Gli inviamo diversi profili di surrogati”. Purtroppo non esistono dati ufficiali sul numero gravidanze surrogate, di  bambini “venduti”. Neanche nei civilissimi e “sviluppati” Stati Uniti d’America sono disponibili statistiche ufficiali. Alcuni sostengono che sono oltre duemila le gravidanze in affitto portate a termine ogni anno negli USA (Sai, Surrogate Alternative Inc, società fondata da una donna che è stata sua volta una madre surrogata). Un rapporto del Council for Responsible Genetics, riferisce a partire dal 2008 questi dati non sono  più disponibili. Perchè? Il vero motivo potrebbe essere legato alla questione etica ancora aperta. Si va dalla giustizia sociale ai diritti delle donne, dal benessere dei minori alla bioetica.

Al di là di tutto questo “volersi bene” e dibattere su teorie discutibili c’è una sola certezza: comunque la si presenti si tratta pur sempre di vendita di esseri umani. Un vero e proprio mercato con tanto di prezzario (anche questo non ufficiale, ovviamente) diverso da paese a paese: dai 90mila dollari del Canada e degli USA ai 50mila di Kenia e Australia fino a poco più di 20mila dollari per l’Ucraina (dati Growing Families). Secondo l’organizzazione internazionale non profit Families Through Surrogacy, un figlio avuto tramite madre surrogata arriverebbe a costare dai 100mila dollari negli Stati Uniti, 45mila dollari in Messico, poco di più (47.350) in India, Thailandia (52mila), Ucraina e Georgia (50mila circa).

Fa rabbrividire pensare che, ancora oggi, nel XXI secolo, in molti paesi possa essere considerato normale e addirittura “legale” vendere un essere umano. Non uno “schiavo” (pratica condannata e messa al bando ma, nella pratica, mai del tutto abolita: le stesse Nazioni Unite parlano di forme di “schiavitù moderna”). Un neonato paffuto e roseo, venduto un qualunque bene di lusso.

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È questa la realtà. E nessuno ne parla.

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