ITALIA
Leave a comment

Moby Prince: 29 anni senza verità

Condividi l'articolo che stai leggendo

di Anna Lisa Maugeri

DW(ITALIA). Sono le 22:03 del 10 aprile 1991. Il traghetto Moby Prince molla gli ormeggi del porto di Livorno e inizia il suo viaggio verso Olbia. A bordo ci sono 141 persone, di cui 65 uomini dell’equipaggio e 76 passeggeri. Una rotta ordinaria, un viaggio come tanti che diventa un inferno di fumo e fiamme a soli 2,7 miglia dalla Vigliaia, nell’esatto punto dove la petroliera Agip Abruzzo se ne sta ancorata con 82.000 tonnellate di petrolio greggio aspettando di scaricare i serbatoi.

Il Moby Prince se la ritrova davanti quella petroliera, tenta inutilmente di evitare l’impatto, ma è troppo tardi: la collisione perfora il serbatoio numero 7 che contiene circa 2700 tonnellate di petrolio. Fuoriuscendo, il petrolio finisce in mare e investe la prua del traghetto; lo sfregamento delle lamiere genera le scintille che innescano l’incendio, trasformando il Moby Prince in una torcia. Le fiamme divorano la vernice non ignifuga con la quale è rivestito, l’interno diventa un forno. Alle ore 22:25 parte il primo Mayday.

L’inferno dentro il Moby Prince

All’interno del Moby Prince tutti si aspettano soccorsi in tempi brevi. Nessuno può immaginare che quei soccorsi non arriveranno mai, o che addirittura, una volta giunti sul luogo, non muoveranno un dito, attendendo invano ordini precisi dalla capitaneria di porto.

Chi doveva decidere il da farsi, chi doveva coordinare i soccorsi, aveva in realtà deciso che le 140 persone a bordo erano già tutte spacciate, senza dubbio morte. All’epoca, il Comandante della Capitaneria del Porto di Livorno era l’ammiraglio Sergio Albanese, sin dalle prime dichiarazioni, fino ai giorni nostri, ha più volte sostenuto che non ci fosse nulla da fare e che soccorrere le persone presenti sulla Moby Prince equivalesse a mandare a morire i soccorritori.

Ti può interessare anche:  Marco Pantani 16 anni senza il grande scalatore

L’equipaggio fece riunire la maggior parte dei passeggeri nella sala De Luxe, considerata sicura poiché dotata di pareti e porte tagliafuoco, nella certezza che i soccorsi sarebbero giunti presto. Ma i soccorsi non arrivarono e le fiamme circondano la sala, rendendo impossibile la fuga verso altre zone del traghetto di quanti erano al suo interno.

I mancati soccorsi e il tragico epilogo

La maggior parte delle vittime morì per le esalazioni dei fumi, che si sparsero all’interno dei locali anche a causa del sistema d’aria condizionata rimasto in funzione durante il propagarsi dell’incendio. Anche i motori rimasero accesi: mentre il traghetto bruciava, continuava a muoversi in mare.

Se da un lato i fumi avvelenavano l’aria, dall’altro la temperatura saliva facendosi insostenibile: in mancanza di soccorso, il Moby Prince divenne una trappola mortale senza possibilità di fuga. Su 141 persone presenti sul traghetto riuscì a salvarsi solo un ragazzo, il mozzo Alessio Bertrand, unico superstite rimasto per più di un’ora aggrappato alla parte esterna di una ringhiera del traghetto. Salvato da due ormeggiatori, il superstite insistette più volte sul fatto che sulla nave erano ancora presenti persone in vita da salvare, infatti da quell’imbarcazione partirono diverse richieste di soccorso alla capitaneria di porto, senza nessun riscontro.

Mentre sulla Moby Prince si consumavano le vite di 140 persone, abbandonate al proprio destino, i soccorsi erano tutti indirizzati alla petroliera Agip Abruzzo, sulla quale venivano domate le fiamme e l’intero equipaggio messo in salvo.

Le cause della collisione

Sulle cause della collisione si disse di tutto e di più. Si parlò di errore umano, di un equipaggio distratto dalla semifinale di Coppa delle Coppe, che vedeva quella sera la Juventus giocare contro il Barcellona, ma si parlò anche di malfunzionamenti, di negligenze e di inosservanza delle procedure di uscita dal porto o della presenza di una terza nave implicata nella virata improvvisa della Moby Prince. Fu smentita l’ipotesi di un’avaria al timone di navigazione. Resta il mistero della presenza di nebbia, confermata da alcuni testimoni, smentita da altri: un banco di nebbia improvviso, fitto e localizzato, avrebbe celato la presenza della petroliera, senza dare per tempo al traghetto la possibilità di evitare l’impatto.

Ti può interessare anche:  International Fashion Expo al via la seconda edizione

Nel contempo, furono avanzate perplessità sulla posizione della petroliera: l’Agip Abruzzo si trovava in un punto nel quale era vietato sia l’ancoraggio che la pesca, le imbarcazioni lì non dovevano sostare proprio per via dei mezzi in uscita dal porto.

Processi e inchiesta parlamentare

I due processi hanno solamente destato rabbia e senso di abbandono da parte dello Stato nei familiari delle vittime, così come nel resto della popolazione italiana, tra richieste di archiviazioni, prescrizioni dei reati ascritti e assoluzioni con quel beffardo “il fatto non sussiste”.

Nel gennaio del 2018 viene finalmente pubblicata la relazione finale della Commissione Parlamentare d’inchiesta che fa luce su alcuni aspetti della tragedia e, fra le tante cose, dichiara che:

La tragedia non è riconducibile alla presenza di nebbia e alla negligenza del comando del traghetto;

La nebbia è stata immotivatamente utilizzata come giustificazione del caos dei soccorsi coordinati dalla Capitaneria di porto;

L’indagine della Procura di Livorno nel processo di primo grado si è rivelata carente e condizionata da fattori esterni;

L’accordo assicurativo siglato due mesi dopo l’incidente tra gli armatori delle due navi coinvolte ha condizionato l’operato dell’Autorità giudiziaria, a dimostrazione di ciò, a seguito di tale accordo, l’Agip Abruzzo è stata dissequestrata prima della definizione della fase processuale di primo grado, impedendo ogni ulteriore approfondimento. L’accordo prevedeva che la società ENI si assumesse i costi relativi ai danni alla petroliera e di inquinamento e la società NAVARMA i costi di risarcimento delle vittime del traghetto, chiudendo, di fatto, ogni possibile ipotesi di responsabilità;

La Moby Prince ha subìto, per cause non chiare, un’alterazione nella rotta di navigazione che potrebbe aver influito sulle cause dell’impatto;

La morte dei passeggeri e dell’equipaggio non è avvenuta per tutti entro trenta minuti, come invece riportato negli atti processuali.”

E così, anche se tanti misteri dovranno ancora essere chiariti, così come le responsabilità stabilite e perseguite penalmente, sembra chiaro che le priorità che hanno dettato la linea da seguire nel coordinamento dei soccorsi non erano le vite umane, ma i risvolti economici legati alla petroliera.

Ti può interessare anche:  Italia fuori dall'Europa, cosa dovremmo aspettarci

È di questi giorni la notizia della restituzione degli effetti personali rinvenuti nel traghetto, oggetti appartenenti ad alcune delle vittime del rogo della Moby Prince. Tra questi, una foto ancora in buone condizioni mostra volti di ragazzi e ragazze sorridenti, occhiali, cinture e alcuni mazzi di chiavi, elementi tangibile che restituiscono al presente, 29 anni dopo la tragedia, la memoria delle vite rubate per sempre ai propri cari, i giorni perduti e il senso di intere esistenze consumate dall’attesa di una giustizia e di una verità che ancora non arrivano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *