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Navi dei veleni, i casi della Rigel e della Jolly Rosso

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Le conseguenze di questi inabissamenti sono state molto pesanti per i cittadini del Sud e saranno a lungo termine

Le navi affondate nei nostri mari sono oltre 30 tra gli anni Settanra e Novanta. Ecco due dei casi

DW(ITALIA).Rigel e Jolly Rosso sono i nomi di due delle numerose navi a pedere affondate dolosamente nel Mediterraneo sul cui carico ci sono ancora molte ombre e tanta preoccupazione. Le inchieste legate alle navi dei veleni, infatti, si sono arenate nel 2010, andando in prescrizione. Alcune verità stavano iniziando ad emergere grazie al lavoro del capitano della marina Natale De Grazia, trovato morto in una stazione dell’Autogril mentre andava a La Spezia nel dicembre 1995. Altra morte probabilmente legata a questa inchiesta è quella della giornalista di Rai 3 Ilaria Alpi, uccisa nella sua auto insieme al suo cameraman Miran Hrovatin in Somalia. La giovane giornalista stava indagando sul traffico di armi e di rifiuti tossici tra la Somalia e l’Italia. Fare luce sui carichi di queste navi, di cui si è perso ogni traccia e delle quali non conosciamo di sicuro la tipologia di carico a bordo, è importante per capire quali rischi sono presenti nelle acque dei nostri mari. La presenza di scorie radioattive, infatti, metterebbe in serio pericolo sia la fauna marina che l’uomo, che fa il bagno nel mare e si nutre dei suoi pesci. Si ha notizia di oltre 30 navi affondate al largo delle coste del Sud Italia tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, ma i casi della Rigel e della Jolly Rosso sono forse tra quelli più emblematici e di cui si hanno maggiori informazioni, nonostante ci siano ancora tante cose da capire.

Rigel, la madre di tutte le navi dei veleni

La Rigel era una motonave di oltre 3800 tonnellate che batteva bandiera maltese. Apparteneva, infatti, a una società di Malta, la Myfair Shipping Company Limited, ma era stata data in affitto a un armatore greco, Georgios Papanicolau. Il suo ultimo viaggio è ancora avvolto nell’ombra. La Riegel, infatti, viene definita “nave fantasma”, perché di essa si è letteralmente perso ogni traccia e la dinamica del suo affondamento è ancora poco chiara. Inoltre, il suo ultimo viaggio è stato ricostruito grazie ad alcune testimonianze anonime, ma in alcuni porti in cui è attraccata non ci sono prove del suo passaggio sui registri portuali. La nave è misteriosamente affondata il 21 settembre 1987 a circa venti miglia nautiche dalle coste di Capo Spartivento, in Calabria, a una profondità di 400 metri nel Mar Ionio. La notizia del suo affondamento, avvenuto in circostanze misteriose e senza neanche una richiesta di soccorso da parte dell’equipaggio, si è avuta ufficialmente solo alcuni mesi dopo, quando l’armatore Papanicolau ha chiesto il rimborso all’assicurazione Lloyd’s. La compagnia assicurativa, tuttavia, prima di procedere al pagamento ha fatto alcune indagini per comprendere meglio la dinamica dell’incidente e ha trovato alcuni dettagli poco chiari. La Riegel era salpata il 2 settembre dal porto di La Spezia, facendo scalo lo stesso giorno nel vicino porto di Marina di Carrara. Doveva essere una sosta di poche ore, per caricare alcune merci, invece la nave rimane nel porto per oltre una settimana a causa di un guasto. Riparte il 9 settembre in direzione della Sicilia, ma anche qui si arresta al largo delle coste di Palermo per alcuni giorni senza specificare il motivo alla capitaneria di porto. Le ultime notizie sulla Rigel riguardano l’attraversamento dello stretto di Messina, dopo di che si perse ogni traccia della nave fino alla notizia da parte della Tunisia che l’equipaggio era in salvo a seguito dell’affondamento dell’imbarcazione. Senza lanciare nessun SOS, infatti, la nave era affondata e tutti i membri dell’equipaggio erano stati soccorsi da una nave jugoslava che passava di lì. Nella telefonata da Tunisi, tuttavia, il comandante della nave diede le coordinate in cui l’imbarcazione era affondata. Le coordinate erano false e della nave si è persa ogni traccia.

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Sono proprio questi dettagli poco chiari che non hanno convinto la compagnia assicurativa, la quale avviò delle indagini scoprendo che l’affonamento era una truffa per riscuotere i soldi dell’assicurazione. Non solo. Dal processo per truffa nei confronti della Lloyd’s emersero alcune informazioni anche in merito al carico. Informazioni poco chiare e sospette relativamente al materiale trasportato dalla Rigel. I registri relativi al carico della nave parlano di “macchine riutilizzate” e di “polvere di marmo”. Inizialmente si era pensato che questi fossero pesi necessari a far affondare la nave, ma le ipotesi che emersero dal processo erano molto più inquietanti. La nave trasportava 1700 tonnellate di polvere di marmo, spesso utilizzata per mascherare le scorie nucleari facendoli passare inosservati ai controlli delle dogane. Secondo il magistrato Francesco Neri era “ipotizzabile che la presenza a bordo dei blocchi fosse utile alla cementificazione di rifiuti radioattivi”. Dal processo emersero anche altri dettagli a sostegno dell’ipotesi del traffico di rifiuti pericolosi e del loro inabissamento nelle acque del Mediterraneo: dal 2 settembre la Rigel era ferma al porto di Marina di Carrara perché il suo armatore stava aspettando i soldi concordati con i caricatori. La parte mancante dei soldi concordati arrivò la sera del 18 settembre e la nave affondò tre giorni dopo.

Jolly Rosso, la nave dei veleni arenata sulle coste di Amantea

Un’altra nave dei veleni divenuta simbolo delle inchieste sugli affondamenti in Calabria è la Jolly Rosso. In realtà questa imbarcazione non si è inabissata nelle profondità del Mar Tirreno, ma si è spiaggiata sulla costa di Amantea, in località Formiciche nel dicembre 1990. La Jolly Rosso era stata noleggiata dal governo italiano nel 1989 per andare a recuperare un carico di rifiuti tossici lasciato in modo illecito in Libano da un gruppo di aziende milanesi. La nave era salpata dal porto di La Spezia il 7 dicembre 1990 e durante il tragitto, secondo le ricostruzioni del suo capitano, aveva subito una falla all’interno della stiva a causa del maltempo ed era stata costretta a mollare in mare un piccolo elevatore per non inabissarsi. In questo caso venne lanciato il mayday davanti alla costa di Falerna e l’equipaggio venne soccorso dalla capitaneria di porto di Lamezia Terme nell’arco di due ore. La nave non affondò, ma fu trascinata a riva dalla corrente, spiaggiandosi ad Amantea, in provincia di Cosenza. La Jolly Rosso faceva parte di alcune navi che, secondo un rapporto di Greenpeace del 1989, trasportavano rifiuti tossici per aziende private e per il governo italiano ed erano gestite dalla ‘ndrangheta.

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Non ci sono informazioni certe riguardo al carico che trasportava la Jolly Rosso. La società Messina Spa, proprietaria dell’imbarcazione dichiarò che la nave trasportava tabacchi e generi alimentari scaduti, ma dopo che la nave si era arenata sulle spiagge di Amantea non furono fatti rilievi e la nave non venne isolata. Secondo le testimonianze di molti cittadini del posto, nella nottata successiva al naufragio, ci fu un grande movimento attorno alla nave, ma non ci sono altre informazioni più precise. Il carico finisce quindi in due discariche locali e pochi mesi dopo l’inchiesta sulla Jolly Rosso viene chiusa e la nave viene fatta smantellare senza effettuare altri accertamenti in merito alla causa del guasto e al suo carico.

Tuttavia, la vicenda della Jolly Rosso lascia delle pesanti conseguenze per chi vive nelle vicinanze. Negli anni successivi al suo spiaggiamento, infatti, aumenta il numero di tumori che colpiscono gli abitanti del Sud Italia e alcune associazioni ambientaliste associano questo incremento con il misterioso carico della nave. Nel 2010 il procuratore Paolo Giordano dispone l’analisi dei fanghi del fiume Oliva, vicino alla zona del ritrovamento della nave. I risultati di questi rilievi sono allarmanti: vengono rinvenuti migliaia di metri cubi di fanghi industriali, contenenti celsio 137, berillio, cobalto, rame, stagno, mercurio, zinco, manganese e vanadio. Tutti metalli pesanti pericolosi per l’uomo nel momento in cui vengono assorbiti dal terreno ed entrano nel ciclo delle produzioni agricole.  In località Valle del Signore, sempre nel fiume Oliva, vengono a galla sarcofaghi di cemento pieni di rifiuti tossici.

La vicenda della Jolly Rosso era chiusa dal punto di vista giudiziario ma ancora ampiamente aperta dal punto di vista ambientale.

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Navi dei veleni inabissate con effetti a lungo termine

Se si pensa alle scorie rilasciate nel terreno da una nave che è rimasta a galla, non si può che inorridire nel pensare a quello che si nasconde nella profondità dei nostri mari, dove sono affondate in modo misterioso oltre 30 navi con caratteristiche molto simili alla Jolly Rosso. Fare indagini tecniche sulle acque del mare non è semplice, perché molto dipende dalle correnti e da altri fattori, ma è fondamentale per capire quello che rischiamo nel mangiare i pesci provenienti dal Mediterraneo o semplicemente nel far giocare i nostri figli sui litorali italiani ed europei ogni estate. L’inchiesta sulle navi dei veleni è stata chiusa pochi anni dopo la morte del capitano De Grazia, ma il giro di organizzazioni criminali dietro allo smaltimento di rifiuti tossici non si è fermato, anche se oggi, con le nuove tecnologie di tracciamento a disposizione, è più cauto.

Il tema, tuttavia, non è stato dimenticato dal Legambiente e da altre associazioni ambientaliste, che non hanno smesso di battersi per sapere la verità sui misteriosi affondamenti delle navi dei veleni. Sulla base delle loro segnalazioni ci sono parlamentari che ancora si battono per portare avanti la  commissione d’inchiesta e lo scorso dicembre il ministro dell’ambiente, Sergio Costa, ha predisposto un fondo di un milione di euro per fare nuove indagini tecniche sulle aree del mare maggiormente interessate da questi episodi, più che altro nel Sud dell’Italia. Se saranno ritrovati elementi importanti, forse l’inchiesta potrà essere riaperta, dopo anni di silenzio e di omertà che molte persone innocenti hanno pagato con la propria vita.

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