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Riusciremo a far sì che il futuro che ci aspetta sarà il punto d’arrivo dei nostri piú grandi sogni?

omaggio al 25 aprile
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Omaggio alla giornata del 25 aprile

Eravamo noi, la truppa, stavamo avanzando nella giungla, eravamo uno a fianco all’altro, sentivamo la rotonda sicurezza delle nostre spalle, ci fidavamo, pronti a dar tutto, senza pensare, sicuri, sicuramente. E in quella giungla c’era un qualcosa, come una tigre bianca che ci proteggeva, pronta ad aiutarci, grande, silenziosa guardinga tra le frasche. Ci avrebbe fatto lottare dignitosi fino all’ultimo, orgogliosa come una madre, pronta ad arrivare con un balzo se ne avessimo avuto bisogno. Quella tigre cresceva, ogni secondo, dentro di noi, e dentro al mondo selvaggio che ci circondava, con i suoi pulitissimi baffi e lo sguardo felino che ti avrebbe frustato al primo cenno di abbandono. Cresceva coraggiosa tra l’umido mistero attorno, cresceva con i suoi artigli curiosi, la nostra artiglieria felpata, cresceva per i piú deboli. Sostieni quella tigre, sennò cado amico mio! “Andem! Magari troviamo un’osteria aperta. Se abbiam fortuna trovem un pò di pane i latte prima che pascino sti tedeschi!! Alò!!” …mi sveglia Sergio scostandomi il libro dal viso. Stavo sognando. Sergio, il sottotenente di brigata, era il tipico compagno sfacciato!! Sempre col sorriso, con la visiera inclinata ed un fuscello di paglia al lato di quel ghigno che squarciava anche il freddo anche se la giornata era fresca; con la camicia mezza sbottonata al collo, senza neanche sapere perche’ stava al fronte ma era sempre in fronte a tutti, perchè ce l’aveva dentro così tanto che non conosceva la paura. C’era sempre! Fino all’ultimo a far bisboccia la sera ma il primo la mattina pronto a mettersi in marcia, segugio d’occhi sottili, lungimiranti oltre le valli enormi. Era già in piedi, senza dormire quasi, già col fucile in spalla mentre noi altri aprivamo gli occhi. Eccolo là, appoggiato ad un albero come fosse suo fratello, con gli stivali lucidi. Con alticcio accento emiliano sdrammatizzava sempre, “ma va là!”, prendendo per il culo i romantici come me ai quali non mancava affetto, in moto costante, con un cuore Ferrari. L’avevo visto una sola volta perdere di colpo la parola, il berretto ed il coraggio, era dopo avergli sentito dire “Che bela figliola!”. Dmitry lo guardò malissimo. Dmitry, che era già sveglio in realtà, ma che non si era ancora mosso, stava lì, a far colazione con un pò di cielo, con la nuca tra le mani incrociate. Mosse il capo per annuire appena. Dmitry era un musicista jazz oltre che il miglior tiratore del gruppo, un volontario venuto da Mosca, con un Kaláshnikov bibop sempre al suo fianco. Aveva scelto di venire con noi, nei boschi, non poteva rimanere in Russia per suonare alle parate militari, nelle marce, tra gli edifici dalle facciate lunghe e solenni, come la sua. Introverso come i jazzisti di NY che sfuggono alla notte ma che violentano oscurità ed ignoranza, che non temono il buio, che hanno negli occhi quel luccichio di metallo placcato che và oltre il blue. Un secco paladino dalle falde larghe che abbracciano la verità in silenzio come fanno le patate. “Allora!” gridiamo agli altri “Forza, Sveeegliaaaa!!” “Trtrtrtrtrtra” mi sveglia di colpo la saracinesca del bar italiano sotto casa, il “Tierra e Libertad”. I due proprietari, due cugini pugliesi, con la scusa di controllare il locale, saranno sicuramente passati a prendere qualche bottiglia per festeggiare la liberazione. Oggi è il 25 aprile. Vivo a Barcellona da oltre 10 anni, e questo silenzio non si era mai sentito. La realtà di questi giorni mi riavvolge arida, senza lacrima. Si sente una musica meravigliosa, di un arpa e mille tamburi, vicini e poi lontani, ma resisto alla tentazione dei sogni e mi alzo dal letto. Sepulveda diceva che capire il mondo comincia dall’accettarne l’estrema complessità, e che il valore della ribellione è immaginativo. Un vero militante della passione, che ci ha insegnato ad osare, contro gli attentatori alla dignità umana. Oggi è l’anniversario della Resistenza, omaggio ai partigiani di ogni fronte. Oggi non ci si capisce un cazzo, la linea del fronte sembra essere la soglia di casa, per chi ne ha una, o quella tra il sogno e la realtà, la corsia d’ospedale, o la linea https:// dove ogni giorno cerchiamo chissà cosa, quell’intimo confine bombardato dalle novità. E noi fieri in Resilienza, che come dice Wikipedia sembrerebbe la nostra capacità di trasformare queste avversità in una nuova forza motrice per ridisegnare il nostro destino. Perfetto! Siamo soli comunque, senza compagni e senza scuse. E l’uomo è condannato anche a resistere a questa condizione di essere solo. Questa mattina non ho trovato nessun invasore, allora mi rimetto con i miei esercizi di scrittura, con il mio diario, come faceva Gramsci con i suoi “Quaderni del carcere”. Da una parte Gramsci considerava quegli scritti quasi “esercizi” contro l’inaridimento causato dalla vita carceraria, dall’altra era cosciente della opportunità di teorizzare libero da questioni politiche contingenti, quindi per l’eternità. “Un Ordine Nuovo, pervasi dallo spirito di ricerca interiore: Come possiamo diventar liberi? Come possiamo diventare noi stessi?”
Il sociologo Zygmunt Bauman dice che Gramsci, con le relazioni umane che questi fu’ capace di mantenere con i suoi cari attraverso le lettere dal carcere, ci ha insegnato ad analizzare la realtà come un qualche cosa di fluido e flessibile. Nella lettura dei Quaderni si fà avanti una prospettiva nuova capace di evitare il determinismo storico: La storia viene riaffidata all’uomo. L’inevitabilità è una struttura e convinzione sociale e non appartiene al reale. Un’analisi del “senso comune” che diventa “la filosofia dei non filosofi”. Un bagliore di sociologia, il cui compito é quello di fare in modo che le scelte siano libere, anche denunciando i meccanismi che impediscono tale libertà. L’atteggiamento etico della politica, l’emancipazione, è un percorso nel quale le responsabilità appartengono ai potenti come al popolo. Ci siamo svegliati anche questa mattina, uomini e donne, la razza umana, e resisteremo sempre, alla ferita che brucia, resisteremo agli dei e ai demoni, come una bellezza che marcisce, resisteremo al tempo che passa, alla paura dello sconfinato perché siamo morte e resurrezione, perché siamo il volto del Sogno latente, con il sangue che corre, con la pelle che freme per un sussulto, per quell’attimo di amore e di libertà che ci rende eterni, che esiste davvero, perché lo sentiamo, siamo una sintesi divina, che può solo resistere.

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