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Proteste in Iran contro il regime, la crisi con gli Usa non si placa

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Donald Trump su Twitter cavalca l’ondata di rivolta dei manifestanti iraniani, timida l’apertura a negoziati

DW(ITALIA).Ammissione di colpevolezza da parte delle autorità iraniane per la tragedia dell’aereo caduto all’alba dell’8 gennaio. Una miccia che ha innescato le proteste di questi giorni a Teheran e in altre piazze iraniane da parte di studenti e di oppositori al regime che chiedono chiarezza e le dimissioni del leader della Repubblica islamica Ali Khamenei. Le manifestazioni sono iniziate sabato, poche ore dopo la comunicazione ufficiale da parte delle autorità iraniane sulla vera causa del disastro aereo: il Boeign 737 dell’Ukraine International Airlines è stato scambiato per un caccia statunitense ed è stato abbattuto su decisione di un ufficiale che, non ricevendo risposta dai suoi superiori, ha commesso l’errore di attivare un missile antiaereo. Errore imputabile a un clima di forte tensione tra Iran e Usa, specie all’indomani dell’attacco missilistico contro le basi statunitensi di Baghdad in risposta all’uccisione del generale iraniano Soleimani. Tuttavia, l’ammissione di colpevolezza è arrivata solo dopo tre giorni dal disastro aereo che ha portato alla morte di 176 passeggeri.

Proteste a Teheran e non solo

Così nella giornata di sabato centinaia di studenti si sono riuniti a Teheran , in particolare nei pressi delle università Shahid Beheshti e Allameh Tabataba’i, per commemorare le vittime del disastro aereo. Ben presto, però, la veglia funebre è diventata una vera e propria protesta contro il regime, con cori che inneggiavano alle dimissioni dei responsabili dell’abbattimento dell’aereo. Nel giro di poche ore le proteste sono iniziate anche in altre città iraniane, come Mashhad, Rasht, Kashan, Sanandaj e Amol. Se pochi giorni fa migliaia di persone erano scese in piazza uniti contro gli Stati Uniti e per manifestare contro l’uccisione di Soleimani, oggi le proteste in Iran sono rivolte al regime, il vero nemico del Paese secondo i loro cori.

Il regime non ha fatto attendere la sua risposta, aumentando l’attività delle forze di sicurezza, anche in borghese. Molti gli scontri registrati tra manifestanti e forze della polizia. Sui social circolano alcuni video, non ancora verificati, che riprendono le forze dell’ordine mentre sparano e lanciano lacrimogeni sui manifestanti.

L’incidente diplomatico con la Gran Bretagna

Nel corso delle manifestazioni si è verificato anche un incidente diplomatico nei confronti dell’ambasciatore britannico in Iran, Rob Macaire, fermato durante una protesta davanti all’università Amir Kabir. Macaire è stato trattenuto temporaneamente dalle forze dell’ordine iraniane perché sospettato di aver istigato alla protesta. L’ambasciatore britannico ha spiegato che si trovava lì perché pensava di prendere parte a una veglia per le vittime del disastro aereo, tra cui erano presenti anche alcuni cittadini britannici, e di essere poi andato via non appena sono iniziati i cori contro il regime. Il suo rilascio è avvenuto grazie alla mediazione del ministro degli Esteri iraniano, ma la questione non è ancora chiusa. L’arresto di un diplomatico, tuttavia, viola la Convenzione di Vienna e l’Unione europea non ha esitato a fare un primo richiamo a Teheran per bocca del capo della sua diplomazia, Josep Borrell, che ha invitato a “una de-escalatione  e all’apertura di uno spazio per la diplomazia”.

Proteste contro il regime

Le proteste contro il regime a Teheran e in altre città iraniane non sono nuove. Un paio di mesi fa, infatti, studenti e oppositori del regime si sono riuniti nelle piazze per protestare contro gli eccessivi aumenti del carburante e contro una stagnazione dell’economia che stava soffocando il Paese. Secondo i dati diffusi da Amnesty International il numero delle vittime delle manifestazioni di novembre sarebbe di 300 persone, a cui si devono aggiungere alcuni manifestanti spariti e altri arrestati e torturati. Le ultime proteste sono scattate in seguito all’ennesima bugia da parte del regime iraniano, in merito al disastro aereo, ma hanno radici più profonde. In particolare i manifestanti chiedono maggiore chiarezza da parte del governo e, soprattutto, maggiore libertà di informazione, dal momento che dallo scorso ottobre l’accesso a internet è limitato e tenuto sotto controllo.

Se durante le manifestazioni in seguito all’uccisione di Soleimani i cori intonavano “Morte agli Usa”, oggi il coro di base è “Morte al regime”. I manifestanti non danno la colpa della loro situazione agli Stati Uniti, anche se le sanzioni non aiutano, ma al regime che non riesce a risolvere i problemi del Paese. Nell’università di Shahid Beheshti,  l’università dove studiano le famiglie benestanti di Teheran, gli studenti hanno simbolicamente deciso di non calpestare le bandiere statunitensi e israeliane dipinte sul pavimento. Sui social ci sono video che riprendono questa protesta pacifica, il cui coro principale recita: “Stanno mentendo sul fatto che il nostro nemico è l’America, il nostro nemico è proprio qui”.

Le spiegazioni del governo di Teheran

La polizia iraniana, tuttavia, nega di aver sparato sulla folla, nonostante i video circolati sui social. Lo dichiara il responsabile della polizia di Teheran, Hossein Rahimi, sottolineando che agli agenti “è stato ordinato al contrario di moderarsi”, così riporta la Fars. Il governo iraniano, attraverso le parole del suo portavoce, Ali Rabiei, ha negato di aver voluto insabbiare la responsabilità dell’abbattimento dell’aereo della compagnia ucraina. “In questi giorni penosi” ha detto Ali Rabiei in un messaggio alla tv di Stato, “molte critiche sono state rivolte alle autorità. Alcuni responsabili sono anche stati accusati di menzogne e tentativi di insabbiamento della vicenda, ma in tutta onestà non è stato così”. Il portavoce del governo iraniano ha anche promesso che il caso sarà affrontato con “trasparenza fino in fondo”.

La reazione dell’Usa

Il forte clima di tensione interno all’Iran può rappresentare un notevole vantaggio per gli Stati Uniti, che si sono schierati dalla parte dei manifestanti contro un regime opprimente e non più sopportabile. Con un tweet Donald Trump ha dichiarato: “Ai leader dell’Iran: non uccidete i manifestanti. Ne avete già uccisi o imprigionati migliaia e il mondo sta guardando. Cosa più importante, gli Usa stanno guardando. Ripristinate internet e lasciate che i reporter girino liberamente! Basta uccidere il vostro grande popolo iraniano!”.

Timida, tuttavia, l’apertura statunitense a una trattativa con l’Iran. “Il consigliere per la sicurezza nazionale” scrive Trump su Twitter “ha suggerito oggi che le sanzioni e le proteste hanno ‘soffocato’ l’Iran e lo costringeranno a negoziare. In realtà non me ne potrebbe importare di meno se negoziano. Dipenderà totalmente da loro, ma non avranno alcuna arma nucleare”.

Ancora missili sull’Iraq

La situazione però non migliora neanche per gli Usa. Nella giornata di ieri, domenica 12 gennaio, infatti, sono stati feriti quattro soldati iracheni in un attacco contro la base aerea di Balad, nella zona nord dell’Iraq. La base ospita anche personale statunitense. L’esercito iraniano ha rivendicato l’attacco in un comunicato ufficiale e gli attacchi missilistici verso Baghdad potrebbero non essere finiti qui, dal momento che per l’Iran è il bersaglio più facile per colpire le truppe americane.

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