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Restrizioni da coronavirus, i dubbi di esercenti e ristoratori

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Le restrizioni imposte dal governo hanno fatto chiudere milioni di negozi e attività di ristorazione

Commercianti e ristoratori chiusi in casa pensando a come organizzarsi quando la quarantena finirà

“Restiamo a casa”. E’ questa la parola d’ordine indicata dal governo italiano da ormai due settimane, imponendo restrizioni sempre più severe su tutto il territorio nazionale, che hanno determinato la chiusura di esercizi commerciali, uffici e molte aziende non indicate come di prima necessità. Se da una parte tutti sanno che questa è la scelta più sensata per limitare il contagio del Covid-19 e arrivare il prima possibile ad uscire da questo tunnel che ha rivoluzionato le abitudini quotidiane di tutti, dall’altro sono molti gli italiani che rimangono a casa con un forte magone allo stomaco. Stiamo parlando di tutte quelle persone che ancora non sanno come e se riceveranno uno stipendio in questo periodo di stop, ma anche e soprattutto di tutti i titolari di piccole e medie imprese, di negozi, bar e ristoranti, la cui chiusura potrebbe essere più lunga del previsto. Se, infatti, con il decreto “Cura Italia” sono stati stanziati fondi per garantire ai lavoratori dipendenti di non perdere il proprio posto di lavoro e di beneficiare, per questo periodo di emergenza, di una cassa integrazione in deroga ampliata a tutti i settori, rimangono ancora molti dubbi su cosa sarà dei piccoli commercianti e dei proprietari e gestori di locali di ristorazione. Sono milioni, quindi, gli italiani costretti a rimanere a casa che si pongono mille domande sul futuro della propria attività: da quando e come ripartire a come pagare dipendenti e fornitori, dalle questioni legate agli affitti di locali e magazzini al pagamento dell’Iva, del suolo pubblico e delle altre tasse in scadenza.

I dubbi degli esercenti: dove è finito lo Stato?

A sollevare pubblicamente i dubbi degli esercenti è stata la Fipet/Cidec di Catania, denunciando in una nota inviata alla stampa le gravi conseguenze economiche che stanno interessando il settore della piccola distribuzione, della ristorazione e del commercio. In questo periodo di quarantena generale su tutto il territorio nazionale, infatti, gli unici settori a non risentire troppo gli effetti negativi sono la grande distribuzione, che ogni giorno viene presa d’assalto dalle persone, e le multinazionali dotate di e-commerce che effettuano consegne a domicilio. I piccoli negozianti, invece, insieme agli artigiani, ai commercianti e a tutte le attività di ristorazione, come bar, ristoranti, pub, pasticcerie e gelaterie, si trovano a dover fronteggiare perdite economiche consistenti senza poter fare niente. Per questo il presidente della Fipet, Roberto Tudisco, ha chiesto al sindaco di Catania di far pressione sul governo nazionale per richiedere la sospensione delle bollette di acqua, luce e gas per le aziende di tutto il territorio nazionale. Questa misura, infatti, era stata prevista nelle prime settimane di emergenza per i territori più colpiti dal contagio di coronavirus, ma dal momento che tutta l’Italia ha dovuto adottare le misure di restrizione dettate dal governo, le associazioni come la Fipet chiedono che queste agevolazioni siano estese a tutte le aziende nazionali ma anche a tutte le famiglie, che sono costrette a rimanere a casa con l’incertezza di ricevere uno stipendio nelle prossime settimane.

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Non si sanno ancora quali siano i tempi previsti per la riapertura degli esercizi commerciali non considerati di prima necessità. Questo vuol dire che commercianti, esercenti e ristoratori, pur non lavorando, dovranno far fronte a tutte le spese, come le utenze, senza poter contare su un introito. Anche se i consumi sono ridotti al minimo, infatti, le bollette arrivano lo stesso. Oltre ai costi fissi alcune attività come i ristoranti, i bar e i pub, dovranno far fronte anche al minimo di corrente elettrica utilizzata per esempio per tenere accesi i frigoriferi e non gettare completamente le scorte alimentari che avevano a disposizione quando sono stati costretti a chiudere da un giorno all’altro. Gli esercenti si chiedono poi come pagare altre imposte fisse, ad esempio il suolo pubblico. Non esercitando la propria attività e non avendo quindi un guadagno a fine mese, negozianti e ristoratori dovranno comunque corrispondere l’imposta di suolo pubblico alle amministrazioni comunali. E il pagamento delle imposte come l’Iva o di altre previste periodicamente per gli esercenti, vanno pagate o no? L’unica cosa che appare chiara è che, per quanto riguarda gli affitti dei locali a uso commerciale, si possa arrivare a un compromesso con il locatario, chiedendo ad esempio un periodo di proroga per il pagamento o un canone più basso per il periodo in cui il locale è rimasto chiuso.

I dubbi da sciogliere sono ancora molti. Il decreto “Cura Italia” si è limitato, per il momento, a fornire alcuni strumenti messi in campo dal governo per far fronte all’emergenza economica scaturita in conseguenza di quella sanitaria. Tuttavia, ci sono ancora molti punti da affrontare e i piccoli e medi imprenditori hanno bisogno di maggiori certezze. Così come ne hanno bisogno i dipendenti, che in questo momento brancolano nel buio, senza sapere cosa sarà del loro posto di lavoro. E’ un periodo di grande incertezza, che prima o poi dovrà arrivare a delle delucidazioni vere. D’altra parte lo stesso Presidente del Consiglio ha chiarito che questo è solo il primo decreto in merito alle misure economiche da adottare per aiutare lavoratori e imprenditori ad uscire da questo profondo periodo di crisi.

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Attività di ristorazione, quali prospettive?

Uno dei settori maggiormente colpiti dall’epidemia di Covid-19 è sicuramente quello della ristorazione. Bar, ristoranti, pasticcerie e gelaterie sono state le prime attività a chiudere in seguito alla diffusione del contagio, perché luoghi che facilitano l’assembramento di persone. Già dal primo caso del 21 febbraio nel lodigiano le attività di ristorazione in tutta Italia avevano subito una brusca battuta d’arresto. Nelle due settimane che hanno preceduto la chiusura di tutti i locali, infatti, gli avventori erano diventati sempre meno, determinando già un calo del fatturato per bar e ristoranti. Lo scorso 13 marzo la Fipe, Federazione italiana pubblici esercizi, ha dichiarato alcune stime aggiornate relative alle perdite economiche delle attività di ristorazione in Italia. Secondo la Fipe nel primo trimestre 2020 le perdite previste ammonterebbero a 10 miliardi di euro, a cui si sommeranno ulteriori perdite nel secondo trimestre, considerando che ancora non si sa quando verranno allentate le restrizioni imposte dal governo. Si prevede un rialzo degli introiti intorno a luglio, ma sono solo supposizioni dal momento che nessuno sa come si evolverà l’epidemia di Covid-19 in futuro.

L’incertezza sul futuro è legata anche alla riorganizzazione delle attività di ristorazione. Quando finalmente il governo allenterà le maglie delle restrizioni, infatti, si possono aprire due scenari: da una parte è plausibile pensare che, non appena possibile, molti italiani si riverseranno nei ristoranti della propria città per rilassarsi fuori casa e che molti altri vorranno scoprire le meraviglie gastronomiche in giro per l’Italia. Dall’altra parte, tuttavia, dobbiamo considerare le ristrettezze economiche in cui si troveranno molte persone che non hanno potuto percepire lo stipendio in queste settimane e che si trovano indietro con pagamenti di mutui, bollette e tasse. Insomma, andare a cena fuori sarà per molti un vero e proprio lusso. Per non parlare, poi, del clima di incertezza legato alla salute che si è sviluppato in queste settimane. Non sarà facile tornare alla normalità e trovarsi a proprio agio in luoghi affollati, a stretto contatto con persone che non conosciamo.

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Ecco perché alcuni esperti del settore ristorativo prevedono un ulteriore sviluppo del food delivery, realtà a cui molti ristoranti dovranno adeguarsi per sopravvivere, specie nelle grandi città. Potrebbero calare le cene aziendali, visto che le aziende hanno scoperto lo smart working e le riunioni via Skype, con tutte le comodità e i risparmi economici annessi. Inutile dire che potrebbero uscire da questa crisi fortemente penalizzati i ristoranti etnici, specie quelli asiatici. Questo aspetto potrebbe essere di aiuto ai ristoratori che propongono una cucina nazionale e, soprattutto, territoriale. I “nuovi” consumatori andranno molto probabilmente alla ricerca della sicurezza e della tracciabilità dei prodotti, prediligendo gli ingredienti di filiera corta. Anche andando in giro per l’Italia i turisti cercheranno prodotti locali, genuini, veri. Un punto di ripartenza per le attività di ristorazione, quindi, sarà sicuramente legato alla riscoperta della territorialità.

Il danno economico subito dalle attività di ristorazione avrà delle profonde conseguenze anche sull’intera filiera agroalimentare, che già inizia a subire perdite legate al calo delle esportazioni. Per questo è importante che bar e ristoranti abbiano accesso a crediti agevolati, in modo da poter pagare i fornitori lasciati in sospeso e far ripartire l’economia del settore alimentare e ristorativo.

Il percorso di ripresa delle attività commerciali, siano essi piccoli negozianti che bar o ristoranti, è molto lungo e sicuramente in salita. Occorrono aiuti concreti da parte dello Stato e degli istituti di credito, per evitare che molte aziende chiudano lasciando in sospeso i pagamenti verso i fornitori, che a loro volta si troverebbero in una situazione di profonda crisi, in un loop senza fine. Quello che è certo è che questo periodo di sospensione dovrà essere sfruttato nel migliore dei modo dagli esercenti, che potranno riorganizzare la propria attività anche in vista dei cambiamenti sociali che dovremo affrontare tutti una volta finita questa lunghissima quarantena.

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