Rifugiati, no all’espulsione. Ecco la nuova sentenza Ue.

Rifugiati, no all’espulsione. Ecco la nuova sentenza Ue.

DW – Roma. La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha deciso: gli stati membri dell’Unione non possono, in alcun caso, far rimpatriare i rifugiati se esiste anche il minimo timore per la loro incolumità nel paese d’origine, come la possibilità che venga torturato o trattato disumanamente.

Non potranno espellerlo neanche nel caso in cui lo straniero sia colpevole di reati gravi e pericolosi per la sicurezza della nazione ospitante. La Corte di giustizia ci è arrivata dopo una serie di ricorsi presentati in Repubblica Ceca e in Belgio da tre cittadini provenienti da Congo, Costa d’Avorio e Cecenia, ma meglio tardi che mai.

“Sulla base delle disposizioni della direttiva sui rifugiati che consentono l’adozione di tale misura nei confronti delle persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza, fino a quando cittadino di un Paese extra-Ue o un apolide abbia fondato timore di essere perseguitato nel suo Paese d’origine o di residenza, questa persona deve essere qualificata come rifugiato indipendentemente dal fatto che lo status di rifugiato sia stato formalmente riconosciuto”, dice la sentenza. La quale – depositata ieri, martedì 14 maggio, nelle cause riunite C-391/16, C-77/17 E C-78/18 – cambia i termini della protezione offerta ai rifugiati, rafforzandola ed allargandola al di là della sua condotta, che ora non rappresenta più una conditio sine qua non.

Emergono quindi ora altri fattori a rendere il rimpatrio effettivo o comunque immediato. Il cittadino straniero sarà espulso solo nel momento in cui verrà accertata l’assenza di pericoli alla sua vita e potenziali lesioni dei suoi diritti.

Per la Corte, infatti, anche se sussistono tuttora i motivi che fino a ieri sarebbero stati sufficienti all’espulsione, oggi le cose cambiano, poiché “non vengono comunque meno i requisiti da cui dipende la qualità di un rifugiato, relativi all’esistenza di un fondato timore di persecuzioni nel suo paese di origine”.

E così, caro Matteo Salvini, ça va sans dire: è meglio rivedere i piani del decreto Sicurezza, della stretta sui permessi per motivi umanitari e dei reati che possono portare alla revoca di status di rifugiato. La Corte, infatti, obbliga tutti gli stati a tenere conto della nuova direttiva e ad assicurare il diritto alla vita anche nel caso (o prima del) del rimpatrio.  

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