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Sfruttamento dell’Amazzonia ma davvero conosciamo la reale situazione?

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Il racconto di chi ha vissuto quei posti affrontato nei prossimi tre articoli

L’Ecuador e lo sfruttamento del territorio

DW(ITALIA).In questi tempi nei quali sul coronavirus si è detto di tutto, è girata anche la fake news secondo la quale bevendo una certa “Miracle Mineral Solution” (sostanzialmente, composta da candeggina) ci si può proteggere dal virus. Mi ha colpito perché ci fa capire che anche se pensiamo di essere progrediti, non solo le paure restano le stesse, ma addirittura con un po’ di bravura chiunque ci può raggirare. Mi è tornato allora in mente quello che succedeva in Ecuador, in particolare nelle province di Sucumbíos, con il capoluogo Nueva Loja (più conosciuto come Lago Agrio), e Orellana. Quando negli anni ’70 arrivò la prima compagnia petrolifera multinazionale statunitense, la Texaco, e cominciò a scavare i primi pozzi, essa usava irretire la popolazione, composta prevalentemente da indios, con bufale create ad arte. «Nuotare nell’acqua nera era per noi bambini cosa normale. Non potevo certo pensare che ci stessero avvelenando. Ci dicevano anche che spalmandoci quei fanghi puzzolenti, la pelle ne avrebbe giovato»: mi raccontò Pablo Fajardo, incontrato qualche mese fa proprio lì, in mezzo a quel nero che ancora ammorba la meravigliosa foresta plurale amazzonica ecuadoriana.

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Photos di Romian Gobbo

Pablo, Donald Moncayo e molti altri rappresentanti delle comunità indigene, hanno visto morire parenti e amici, e hanno capito che dovevano darsi da fare per ottenere giustizia. Hanno deciso di fondare un’associazione, la Udapt, in difesa delle vittime – 30mila quelle colpite direttamente, perché vicine ai pozzi, ma almeno 250mila a vari livelli – dello scempio, perpetrato all’epoca dalla Texaco, successivamente acquistata dalla Chevron.

«Dal 1972 al 1992 la Chevron-Texaco ha trivellato il Paese, scaricando in apposite fosse scavate nella foresta (880 piscinas) oltre 60 miliardi di litri di acqua tossica, scarto dell’attività estrattiva petrolifera, finendo con l’inquinare un’estensione territoriale di 480mila ettari, fiumi compresi. Fiumi dove le donne lavavano i panni e attingevano l’acqua per cucinare, dove i bambini giocavano e gli uomini pescavano», precisa Fajardo, diventato avvocato per difendere la causa. Per noi giornalisti arrivati lì nell’ambito della “Missione Ecuador”, organizzata dalla Ong Focsiv (Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontario), è stato un pugno nello stomaco. Un territorio, che rappresenta una delle maggiori riserve di biodiversità presenti sulla Terra, è irrimediabilmente ferito. Non solo perché la multinazionale non ha effettuato alcun tipo di bonifica, nonostante una sentenza del tribunale ecuadoriano gliel’avesse imposto, ma soprattutto perché la sensazione stando lì è che ormai ci si possa fare ben poco. Il disastro è compiuto. Moncayo affonda il badile e dalla terra zampilla liquido nero e l’odore di benzina è nauseabondo.

«I dati dell’incremento di tumore nelle province di Sucumbíos e Orellana sono agghiaccianti – afferma Valentina Vipera, referente Focsiv Ecuador -. Uno studio del 2016, realizzato da Udapt con la Clinica Ambiental e la Ong svizzera Cssr, ha registrato 550 casi ogni 100mila persone, dai 180 ai 200 all’anno. Il 70% sono donne perché entrano maggiormente in contatto con l’acqua. Su quattro casi di cancro, tre sono donne». «Quando ci accorgemmo che i fiumi erano inquinati», racconta Fabio Scotto, coordinatore del progetto “Juntos” (piccoli produttori in rete di caffè e cacao) di Cefa, «pensammo che si potevano creare dei bacini per raccogliere l’acqua piovana. Quello che non sapevamo era che pioveva petrolio». La multinazionale infatti aveva costruito anche 384 mecheros (inceneritori), che bruciano 24 ore su 24 le scorie del greggio a temperature che superano i 100 gradi e le cui emissioni tossiche arrivano fino a 250 chilometri. Camini costantemente accesi, lingue di fuoco che illuminano le notti della Sierra, tutto intorno una morìa di insetti. Questa è la foresta che brucia perennemente, che avvelena l’aria e, per lo Stato ecuadoriano, è perfettamente legale.

Sono passati decenni. La causa contro la Chevron-Texaco continua, con tutte le difficoltà che può avere “Davide contro Golia” pertanto, ad una prima sentenza favorevole, ne sono seguite altre avverse. La Udapt non solo non si arrende, ma ha anche ampliato il proprio ambito di difesa, perché nuovi problemi si sono affacciati. Oggi Texaco in Ecuador non c’è più; ci sono nuove compagnie partecipate dallo Stato. Il presidente Lenin Moreno nel 2017 si era impegnato con le Nazioni Unite a tutelare il territorio, salvo poi concedere di trivellare nel parco nazionale Yasunì, uno degli hotspot di biodiversità più ricchi del pianeta. Un’area talmente sensibile che è impossibile garantire un impatto zero.

«Sono state accordate concessioni petrolifere nelle terre ancestrali degli indigeni», dice Mauricio López Ortega, segretario esecutivo della Repam (Rete ecclesiale panamazzonica), incontrato nel suo ufficio, nella capitale Quito. «Non è questione né di destra, né di sinistra. Le politiche estrattive riguardano tutti i governi – continua -. In America Latina la tendenza generale è a intensificare lo sfruttamento delle risorse naturali senza preoccuparsi dell’impatto ambientale, senza garantire un’equa redistribuzione dei profitti (infatti, nonostante la presenza di molte risorse, i quasi 17 milioni di ecuadoriani vivono con un reddito annuale pro capite di circa seimila dollari  – dato 2017 -, ndr) e senza consultare le popolazioni interessate». Papa Francesco a ottobre 2019 ha invitato quelle popolazioni in Vaticano e le ha ascoltate, e oggi uscirà il tanto atteso documento post-sinodale.

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