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Ilva Taranto, la stampa tace e punta il dito contro i tarantini

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Mentre s’alternano e si sfiorano le tragedie, nelle case dei tarantini si adagiano le polveri dei minerali e, intanto, la stampa cela l’orrore.

Di Eleonora Boccuni

DW(ITALIA). L’omertà rende vile l’uomo, un’abominevole reticenza che diviene ancor più riprovevole nel momento in cui i mezzi di informazione celano le notizie importanti e tentano di tergiversare sui temi caldi del momento. Parliamo di ingenti problematiche che si congiungono a ciò che concerne la salute e le emissioni inquinanti in tutto il territorio, le quali comportano e divengono le principali cause dell’origine di malattie mortali.
Non parliamo di fantascienza, bensì di una tristissima, amara e crudele realtà che da diversi anni (troppi) fronteggiano quotidianamente i tarantini. È chiaro che parliamo del maggior complesso industriale della lavorazione dell’acciaio, ovvero: l’impianto siderurgico conosciuto come Ilva.
All’interno dello stabilimento centenario hanno perso la vita diversi operai che, pur di lavorare e mantenere la propria famiglia, ha rischiato la propria vita pur consapevole del fatto di essere perennemente in contatto con un’elevata percentuale di polveri sottili (e non solo) che hanno creato molteplici problemi ai lavoratori e ai tarantini. Difatti, proprio le emissioni prodotte dall’Ilva sono state, spesso e volentieri, al centro di alcuni dibattiti divenendo, con il tempo, il fulcro di cause portate in tribunale, manifestazioni dei cittadini e interesse di alcune associazioni che continuano a lottare per rivendicare il diritto alla vita e al lavoro.
A tal proposito, una delle più famigerate e importanti è, di certo, Peacelink che ha combattuto molteplici battaglie e che, ancora oggi, prosegue il suo incessante lavoro contro il “genocidio silenzioso di massa”.
L’esemplare lavoro svolto dal presidente, Alessandro Marescotti e da coloro che lo coadiuvano è divenuto emblematico per l’intera città, tant’è che una serie di gruppi di persone (in particolar modo, coloro che vivono nel quartiere Tamburi, il più vicino all’Ilva) hanno deciso di creare taluni comitati per affiancare e lottare contro il “mostro”.
I tarantini si sono sentiti traditi persino dallo Stato e, speranzosi del cambiamento (mai giunto), si sono rimboccati ulteriormente le maniche documentando le attività svolte all’interno del siderurgico.
Parliamo di diapositive raccapriccianti che mostrano lo scempio prodotto dall’Ilva, così come si intravede nelle foto di “Tamburi combattenti”. Non solo, in molti hanno iniziato a riprendere quel che accadeva nel “lager a cielo aperto”, ma la situazione sembra essere ancora in stallo, o meglio, di sicuro non a favore dei tarantini.


Luciano Manna (Peacelink), il fotografo che denuncia l’orrore all’interno dell’Ilva
Luciano Manna (uno dei membri dell’associazione Peacelink) armato della sua macchina fotografica, testimonia ciò che accade all’interno dell’impianto e i seriosi rischi a cui vanno incontro ogni giorno i tarantini (e non solo).
Basti pensare alle tragedie ivi consumatesi, a quanti hanno perso la vita (sul posto di lavoro), all’elevato tasso percentuale di morti bianche (solo a Taranto), al numero corrispondente alla gente ammalatasi di tumore (e non soltanto). In tutto questo, non omettiamo, di certo, anche gli irreparabili danni fatti all’ambiente di tutto il territorio che ha bruciato migliaia di coltivazioni, distruggendo così flora e fauna.
Questo, invece, è quanto descritto e mostrato pubblicamente da Manna sui social con l’annesso pubblicazione di una foto che comprova quanto da lui enunciato: “ Queste sono le fondamenta dell’Afo2 dello stabilimento Ilva di Taranto ArcelorMittal Italia: hanno ceduto e sono monitorate con sistemi simili a quelli sismici per controllare gli spostamenti tra le colonne portanti e le pareti. Cosa ne sanno gli italiani che tra qualche giorno, in merito alla marcia di questo altoforno, si pronuncerà il Tribunale del riesame perché i commissari di governo si sono opposti alle decisioni del Giudice del Tribunale di Taranto che ne ordina lo spegnimento? Ma che ne sa il popolo più ignorante d’Europa che la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’articolo di un decreto che concede a questo altoforno già sequestrato nel 2012 la facoltà d’uso?
E cosa ne sa la stampa nazionale che continua ad invitare a parlare rappresentanti sindacali che davanti a questa assurdità legale parlano di perdite di posti di lavoro dimenticando che la rivendicazione dei diritto al lavoro va rivolta al governo, e non ai cittadini di Taranto insultandoli ed accusandoli di fanatismo ed estremismo quando difendono solo i loro diritti violati, affinché sappia individuare e progettare alternative occupazionali che non ricadono rovinosamente sulla salute degli stessi operai e dei cittadini?
E pensare che uno dei commissari di governo, che così agendo dichiara guerra alla Legge e alla Costituzione italiana, è un avvocato, non solo, è anche tarantino e pure esperto in diritto ambientale. Per i prossimi operai ammazzati, almeno, sapremo a chi chieder conto”.


Le parole del gruppo “Tamburi combattenti”
Constatare quanto dolore e quanta sofferenza ci sia dietro una diapositiva sembra alquanto complicato, ma questa difficoltà viene, poi, superata facilmente da ciò che, invece, viene presentato dinanzi agli occhi di tutti. Una foto può significare e avere molteplici sfaccettature, ma quando, quella stessa foto, ti mostra un orrore senza precedenti si comprendono gli effetti catastrofici di ciò che accade da Taranto da troppo tempo.
Questo è quello che ha fatto il gruppo “Tamburi combattenti” (un gruppo di abitanti del quartiere Tamburi che ha iniziato a confrontarsi dopo l’ordinanza n° 39 del 24.10.2017 del comune di Taranto che impone la chiusura delle scuole materne, elementari e medie presenti nel quartiere in occasione dei Wind Days. Un fenomeno comporta una maggiore dispersione di polveri inquinanti (PM10 e benzo(a)pirene legati alla produzione Ilva) e si verifica ogni qualvolta soffiano venti da nord-ovest a una velocità superiore a 25 chilometri orari. Investe maggiormente il quartieri Tamburi e Paolo VI e, a seguire, l’intera città ed è i mpossibile difendersi, anche indossando mascherine protettive, da polveri sottili che contengono oltre a minerali di ferro e carbon fossile, anche rifiuti speciali di vario genere. I picchi di dispersione di inquinanti determinano un aumento dei rischi nell’immediato per la salute dei cittadini di Taranto ) .
Difatti, qualche giorno fa hanno così pubblicato sui social: “ le polveri provenienti dai parchi minerali dell’Ilva continuano ad arrivare sui nostri balconi, nei portoni e nelle nostre case. Questa è la prova che avevamo ragione noi. Quelle mostruose coperture per i parchi minerali sono inutili. Dedicato a tutti coloro che millantano di aver risolto il problema dello spolverio di minerale durante i giorni di vento. Non esistono interventi per mettere a norma quella fabbrica. Chiusura e riconversione, unica soluzione ”; il tutto corredato con le relative foto.


M a quello che, la maggior parte della gente, si domanda all’unanime è: “perché la stampa argomenta solo di determinate tematiche e non affronta questa basilare e ingente problematica?”.
È così arduo replicare? Non proprio, ma ciò che è giusto è, sicuramente, mostrare l’orrore, informare, condividere al fine di cercare di sperare e ottenere un effettivo e concreto cambiamento.

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